11 APRILE 2006

L´occasione mancata per un Paese più governabile

Massimo Giannini

A DESTRA qualcuno sperava in un 25 luglio: conducator detronizzato, gestione badogliana della crisi e rapida successione nella Cdl. A sinistra tutti speravano in un 25 aprile: Paese liberato, fine del regime ed inizio della nuova democrazia. Queste elezioni rischiano invece di precipitarci in un rovinoso 8 settembre. Un´Italia drammaticamente spaccata in due. Divisa tra due metà irriducibili e inconciliabili. Sul piano politico, culturale, sociale. Nell´ignominioso autodafè dei sondaggi e dei sondaggisti, degli exit poll e delle proiezioni, ogni sorpresa notturna è ancora possibile. Ma intanto: a quanto pare, sia alla Camera che al Senato tra Polo e Unione è in corso un testa a testa fino all´ultimo voto. Il peggiore degli incubi possibili, alla fine, si sta dunque materializzando: il pareggio. Con efficacia geometrica, il voto assicura esattamente il risultato promesso dalla sciagurata riforma elettorale voluta dal centrodestra: la piena, consapevole e perfetta ingovernabilità del Paese.
Se il Caimano non può vincere (e comunque non ha vinto) che nessun altro vinca. Questa era stata l´unica logica, e neanche tanto dissimulata, che aveva ispirato quell´assurdo ritorno al proporzionale con premio di governabilità su base regionale, votato a maggioranza e in tutta fretta alla vigilia di Natale. In quella metà del campo avevano lavorato in tanti, alla costruzione di questa trappola elettorale, insieme sofisticata e rozza. Non solo il Cavaliere, ma anche l´alacre Casini e il convalescente Bossi. Nel silenzio ipocrita di Fini, alfiere pentito del maggioritario. Ora la trappola è scattata. Ed è come l´aculeo avvelenato di uno scorpione, piantato sulla carne viva del Paese che da oggi, forse, non potrà avere un nuovo governo, ma non potrà neanche tenersi quello vecchio.
Metafora perfetta di questa Italia. Che non diventa prodiana, ma è già post-berlusconiana. Non sarebbe giusto leggere questo esito paradossale solo con la lente della «tecnica» elettorale. La «porcata» candidamente ammessa da Calderoli, purtroppo, non spiega tutto. Dietro al voto, com´è ovvio, c´è anche un segno politico, che va decifrato.
Prodi non è sconfitto, ma non ha vinto. Comunque finisca, il Professore ha perso forse la sua più grande occasione. Non ha disarcionato il Cavaliere. La forza tranquilla del «curato» di Bologna non ha neutralizzato la campagna impetuosa del Napoleone di Arcore. Forse per la prima volta nella storia repubblicana, il centrosinistra sfiora la maggioranza assoluta dei consensi. Ma questo non è sufficiente. Il risultato dei Ds sembra al di sotto delle attese, quello della Margherita appare deludente. L´asse riformista dell´alleanza, incardinato intorno alla lista dell´Ulivo alla Camera, pare attestata sulle stesse posizioni non proprio entusiasmanti delle europee. L´apporto della Rosa nel Pugno c´è stato, ma non risulta decisivo. Alla fine, le migliori performance si possono attribuire alle componenti più antagoniste dell´Unione, a partire da Rifondazione comunista. La domanda di cambiamento emersa in tanta parte della società italiana, evidentemente, non è sufficiente a invertire con nettezza i rapporti di forza tra gli schieramenti. Della Valle e Bertinotti faticano a stare insieme: la promessa del taglio del cuneo fiscale, che pure si inquadra in una logica di sostegno alla crescita e al reddito, non basta a prefigurare una politica. Fassino e Bonino non convincono: la battaglia di principio in difesa delle tasse come strumento equo di redistribuzione del reddito, probabilmente, non basta a fugare le paure ataviche di chi vota con il portafoglio. L´equazione Luxuria-Mastella non sembra funzionare: la posizione ambigua sui Pacs, le coppie di fatto e la bioetica, verosimilmente, non è sufficiente a confortare i laici e neanche a rassicurare i cattolici.
Pesa un esercizio forse troppo timido della leadership prodiana, che troppo spesso si è limitata a giustapporre, molto più che a sintetizzare. Pesa il colpevole ritardo nella realizzazione dell´unico progetto politico che avrebbe potuto terremotare l´intero sistema, cioè il partito democratico. Sta di fatto che lo stellone di Prodi, benché illuminato dai 4 milioni e mezzo di voti ottenuti alle primarie, risulta oggi meno brillante di quanto non fu nel 1996.
Berlusconi è sconfitto, ma non ha perso. Dopo cinque anni di governo, si gioca la maggioranza più cospicua che un governo aveva mai ottenuto dal dopoguerra. Dilapida un capitale di consensi che nessun capo del governo aveva mai avuto. Per usare la metafora cara a George Lakoff nel suo «Non pensare all´elefante», non è stato né un «padre severo» né un «genitore premuroso». Assumendo la sola sembianza del «rivoluzionario istituzionale», ha generato solo conflitto senza riforme.
Ha stravolto i linguaggi che raffigurano la politica nel circuito mediatico, ma non gli ingranaggi che la fanno muovere dentro la società civile. Cinque anni fa, di questi tempi, si discuteva se dopo il trionfo del 13 maggio 2001 avrebbe governato per due o per tre legislature. I più propendevano per le tre. Oggi, con ogni probabilità, la sua unica legislatura è comunque finita. Ha voluto trasformare anche queste elezioni su un referendum sulla sua persona.
Ha voluto ancora una volta che la sua biografia personale coincidesse con il destino collettivo dell´intera nazione. Questa pretesa, ostinata ordalia non lo ha premiato. Ma non lo ha neanche del tutto condannato. La furia motivazionale degli ultimi giorni di campagna elettorale ha mobilitato quote marginali di elettori apatici. La mattana di Vicenza, l´appello al cielo sull´Ici e sulla spazzatura, il calcio nei denti ai giudici, lo sberleffo meta-politico sugli elettori-coglioni, insomma l´intero armamentario di strumenti ideologico-propagandistici, ogni volta azionati con l´unico scopo di creare uno stato d´assedio permanente: tutto questo, alla fine, a qualcosa sembra servito. Ha evitato il collasso definitivo di Forza Italia, che crolla di 9 punti rispetto al 2001 ma resta pur sempre il primo partito del Paese, anche se perennemente sospettato di essere solo un comitato elettorale di Berlusconi. Come che sia, questo impasto di parossistico culto della personalità, di populismo d´accatto e di politica come variante del marketing, resiste e continua a far vibrare le corde di almeno mezza Italia. E anche l´esito scontato del conflitto di interessi, incarnato pervicacemente dal premier. In politica la televisione non è tutto, ma qualcosa vorrà pur dire se nel 1987, in media, gli italiani guardavano la tv 178 minuti al giorno, e nel 2002 questa quota è raddoppiata al 235 minuti al giorno, con una prevalenza assoluta tra gli anziani e le casalinghe. Il sogno azzurro è già da tempo diventato un incubo. Ma evidentemente ci sono molti elettori che non si vogliono svegliare. Nella coalizione di centrodestra, infatti, con An che difende le posizioni e la Lega che scivola un po´ per effetto della malattia di Bossi, il solo partito che fa passi avanti sembra l´Udc. Anche per questo si può dire che il Cavaliere è sconfitto, ma non ha perso del tutto. Se davvero nel 1994 è sceso in politica per salvare il suo impero mediatico e finanziario e per mettersi al sicuro dai processi penali a suo carico, allora si può dire che la sua avventura si conclude con un successo straordinario. Non solo: se vincesse anche di un solo voto a Montecitorio e a Palazzo Madama, avrebbe i numeri per farsi eleggere addirittura alla presidenza della Repubblica. Un paradosso nel paradosso.
Che succede a questo punto, se davvero sarà pareggio, è difficile dire. Affiorano già, mascherate da un tardivo «senso di responsabilità istituzionale» di molti, le peggiori tentazioni, per lo più centriste e inciuciste. Dal governo tecnico alla Grande Coalizione. Se non ci sarà una maggioranza pur che sia, che si assuma il rischio di tirare a campare con un paio di seggi di vantaggio, l´eventualità più probabile è che si torni addirittura a votare entro un paio di mesi. Si fa fatica a capire in quale spurgo di miasmi, e con quali regole elettorali. Questo magari farà piacere a chi si nutre della «cafonaggine carismatica» del Caimano, si crogiola nel mito dannunziano della «bella morte», si bea nei frizzi e i lazzi della «politica divertente». Ma per questa Italia spaccata, e sempre sospesa tra l´orrore e il folclore, è un vero disastro.
Speravamo, e in cuor nostro nella notte ancora speriamo, in un altro film.