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Marzo 2007
Eugenio Scalfari annette e respinge, sempre aut-aut mai et-et
Dopo Voltaire, anche Pascal; sicuro di aver scritto bene?
Francesco D'Agostino
Contrapponendo la «Chiesa di Ruini» a quella di Agostino,
Pascal, Maritain, Martini, la Chiesa del «potere» a quella del «vangelo»,
Eugenio Scalfari ha dato su Repubblica (11 marzo 2007) l'ennesima prova di quel
gusto per l'aut-aut col quale si cerca, da che mondo è mondo, di ridurre la
complessità del reale, radicalizzando, cioè cercando di portare alle radici,
questioni che meglio andrebbero trattate considerando dell'albero, oltre che le
radici, anche il tronco, i rami, le foglie. Fuor di metafora, non ottiene altro
effetto se non quello (paradossale) di impoverire la complessità del mondo colui
che, come Scalfari, ne irrigidisce la percezione, semplificandola in schemi
binari. Sfugge al fondatore di Repubblica la specificità dell'apporto cattolico
alla lettura delle cose, che in pagine insuperate Jean Guitton riassunse nella
logica dell'et-et, ben diversa appunto da quella dell'aut-aut. Il cattolico è
infatti chiamato a tenere insieme dimensioni (formalmente) contraddittorie, così
come è (ma solo formalmente) contraddittoria l'idea che Dio possa farsi uomo:
per il cattolico è indispensabile, per capire il mondo, coniugare libertà e
ubbidienza, peccato e grazia, tempo ed eternità, Stato e Chiesa, impegno per il
mondo e fuga da esso, ragione e fede, matrimonio e celibato e (perché non dirlo?
Mai tema è stato così di moda come è oggi questo) uomo e donna. È vero, come
sostiene Scalfari, che ci sono due anime nella Chiesa cattolica? Certo che è
vero. Ma queste due anime, cioè il Vangelo e il potere, sono convergenti e non
divergenti e vanno sapientemente coniugate. Il Vangelo non si sostanzia infatti
in un messaggio spiritualistico, etereo, sospiroso ed emotivo: la parola di Dio
si inserisce ed opera nella storia e può essere tagliente come una spada. E il
potere, letto alla luce dell'insegnamento del Cristo, cioè come servizio, non
solo non è contrapposto al vangelo, ma diventa una via per attuarlo. Chi ha un
potere - questa è l'essenza dell'insegnamento cristiano - non deve
vergognarsene, né è tenuto a spossessarsene; ha piuttosto il dovere di usarlo
(naturalmente purché e nei limiti in cui ne sia capace) con una finalizzazione
esclusiva, quella al servizio dei fratelli, della comunità e in definitiva del
genere umano, nel nome cioè del bene materiale e spirituale di tutti. Ecco
perché il Cristo, nella conclusione del Vangelo secondo Matteo, non esita a
porre con fermezza la sua stessa persona al centro del potere («data est mihi
omnis potestas in caelo et in terra»), come fondamento del mandato
evangelizzatore che affida ai suoi discepoli. Ed ecco perché il termine di
Signore, col quale così di frequente i discepoli alludono al Cristo nei Vangeli,
pur appartenendo chiaramente al lessico del potere, non desta nessun sentimento
di timore o di diffidenza: quel Signore, al quale il cristiano affida la sua
vita, può essere altrettanto legittimamente denominato come Salvatore. Ai laici,
dice Scalfari, a quei laici che predicano «libertà, democrazia, tolleranza»
piace la Chiesa di Pascal. Sono lieto di apprenderlo, dato che per i padri
nobili del laicismo moderno (basti pensare a Voltaire o più di recente a
Bertrand Russell) quello di Pascal è un nome che genera solo imbarazzo. In una
delle sue pensées Pascal, infatti, sostiene una tesi che - ove presa sul serio -
obbligherebbe il laicismo relativistico moderno a dilatare a dismisura la
propria sensibilità: «se non si ama la verità - scrive Pascal - non si è capaci
di conoscerla». "Libertà, democrazia, tolleranza" sono infatti una triade
splendida, che facciamo nostra senza alcuna difficoltà. Ma ad essa premettiamo
l'amore per la verità, un amore operoso, attento alle persone e alle cose, che
non ha paura del potere, quando si manifesta nella logica di un servizio attento
e intelligente al bene umano.