14 Marzo 2007

Eugenio Scalfari annette e respinge, sempre aut-aut mai et-et

Dopo Voltaire, anche Pascal; sicuro di aver scritto bene?

Francesco D'Agostino

Contrapponendo la «Chiesa di Ruini» a quella di Agostino, Pascal, Maritain, Martini, la Chiesa del «potere» a quella del «vangelo», Eugenio Scalfari ha dato su Repubblica (11 marzo 2007) l'ennesima prova di quel gusto per l'aut-aut col quale si cerca, da che mondo è mondo, di ridurre la complessità del reale, radicalizzando, cioè cercando di portare alle radici, questioni che meglio andrebbero trattate considerando dell'albero, oltre che le radici, anche il tronco, i rami, le foglie. Fuor di metafora, non ottiene altro effetto se non quello (paradossale) di impoverire la complessità del mondo colui che, come Scalfari, ne irrigidisce la percezione, semplificandola in schemi binari. Sfugge al fondatore di Repubblica la specificità dell'apporto cattolico alla lettura delle cose, che in pagine insuperate Jean Guitton riassunse nella logica dell'et-et, ben diversa appunto da quella dell'aut-aut. Il cattolico è infatti chiamato a tenere insieme dimensioni (formalmente) contraddittorie, così come è (ma solo formalmente) contraddittoria l'idea che Dio possa farsi uomo: per il cattolico è indispensabile, per capire il mondo, coniugare libertà e ubbidienza, peccato e grazia, tempo ed eternità, Stato e Chiesa, impegno per il mondo e fuga da esso, ragione e fede, matrimonio e celibato e (perché non dirlo? Mai tema è stato così di moda come è oggi questo) uomo e donna. È vero, come sostiene Scalfari, che ci sono due anime nella Chiesa cattolica? Certo che è vero. Ma queste due anime, cioè il Vangelo e il potere, sono convergenti e non divergenti e vanno sapientemente coniugate. Il Vangelo non si sostanzia infatti in un messaggio spiritualistico, etereo, sospiroso ed emotivo: la parola di Dio si inserisce ed opera nella storia e può essere tagliente come una spada. E il potere, letto alla luce dell'insegnamento del Cristo, cioè come servizio, non solo non è contrapposto al vangelo, ma diventa una via per attuarlo. Chi ha un potere - questa è l'essenza dell'insegnamento cristiano - non deve vergognarsene, né è tenuto a spossessarsene; ha piuttosto il dovere di usarlo (naturalmente purché e nei limiti in cui ne sia capace) con una finalizzazione esclusiva, quella al servizio dei fratelli, della comunità e in definitiva del genere umano, nel nome cioè del bene materiale e spirituale di tutti. Ecco perché il Cristo, nella conclusione del Vangelo secondo Matteo, non esita a porre con fermezza la sua stessa persona al centro del potere («data est mihi omnis potestas in caelo et in terra»), come fondamento del mandato evangelizzatore che affida ai suoi discepoli. Ed ecco perché il termine di Signore, col quale così di frequente i discepoli alludono al Cristo nei Vangeli, pur appartenendo chiaramente al lessico del potere, non desta nessun sentimento di timore o di diffidenza: quel Signore, al quale il cristiano affida la sua vita, può essere altrettanto legittimamente denominato come Salvatore. Ai laici, dice Scalfari, a quei laici che predicano «libertà, democrazia, tolleranza» piace la Chiesa di Pascal. Sono lieto di apprenderlo, dato che per i padri nobili del laicismo moderno (basti pensare a Voltaire o più di recente a Bertrand Russell) quello di Pascal è un nome che genera solo imbarazzo. In una delle sue pensées Pascal, infatti, sostiene una tesi che - ove presa sul serio - obbligherebbe il laicismo relativistico moderno a dilatare a dismisura la propria sensibilità: «se non si ama la verità - scrive Pascal - non si è capaci di conoscerla». "Libertà, democrazia, tolleranza" sono infatti una triade splendida, che facciamo nostra senza alcuna difficoltà. Ma ad essa premettiamo l'amore per la verità, un amore operoso, attento alle persone e alle cose, che non ha paura del potere, quando si manifesta nella logica di un servizio attento e intelligente al bene umano.