
18 Aprile 2006 › COMMENTI
Ripartire dalla Costituzione
Pietro Scoppola
Fra incertezze e ansie una pagina è stata
girata: Berlusconi non domina più la scena politica. Non è poco; ma non è chiaro
se la pagina nuova che si apre sarà un inizio o la ripetizione di una vecchia
storia.
Una campagna elettorale estenuante, ma povera di idee e di speranze, ha
obbligato una percentuale altissima di elettori a delegare tutto ai partiti.
Uomini e idee sono scomparsi: il rapporto del candidato con il territorio è
stato annullato e il confronto elettorale si è trasferito dalla base del paese
al livello mediatico.
Una pessima legge elettorale, voluta da una maggioranza timorosa di perdere, ha
portato il Paese al peggior meccanismo di formazione della rappresentanza che la
storia della Repubblica abbia mai conosciuto.
La risposta della opposizione di centrosinistra non è stata esaltante. Ha
reagito con stupore alla sorpresa di non vedersi premiata come pensava; ma in
realtà non ha opposto alla nuova legge elettorale nessuna iniziativa di
partecipazione popolare nella formazione delle liste; è rimasta ingessata in un
enciclopedico programma, voluto come un patto di fedeltà tra le sue varie e
discordi componenti, più che come una proposta al Paese. È stata così costretta
a giocare tutta la campagna in difesa piuttosto che all´attacco. È mancato ogni
serio confronto culturale fra le tanto decantate tradizioni riformatrici che
avrebbero dovuto innervare il centrosinistra. Il rapporto fra quelle diverse
componenti si è trasformato in concorrenza appena velata dalla lista unitaria
alla Camera.
Si insiste tanto sul Paese spaccato in due: ma la spaccatura è in gran parte
legata proprio alla presenza della figura di Berlusconi, oggetto di smisurati
sentimenti di amore e di odio. La polarizzazione su Berlusconi è stata molto più
decisiva di quella su un centrosinistra privo di forte identità. Perciò nessun
dialogo sarà possibile fra i due schieramenti che veda comunque partecipe
Berlusconi: la sua uscita di scena è la condizione di qualsiasi tentativo di
ampliamento della maggioranza parlamentare.
Romano Prodi ha una grande occasione: dopo una non felice campagna elettorale,
può essere l´uomo giusto non solo per un´opera di risanamento economico, ma
anche per stemperare risentimenti e rancori e spingere le due mezze Italie a
riavvicinarsi e a riscoprire problemi ed esigenze comuni. Solo la formazione di
un governo libero da troppi condizionamenti partitici renderà possibile una
politica per l´unità.
L´iniziativa del governo conta più di quella dei partiti. Non si parli di
partito democratico finché non sia definito un programma operativo per la sua
nascita che implichi un profondo coinvolgimento di un elettorato stanco di
promesse non mantenute. Non si possono fare il nuovo governo e il partito
democratico come si sono fatte le liste elettorali.
Sotto gli aspetti politici della crisi, incerti e preoccupanti, che fanno temere
un ritorno alle più logore pagine di un recente passato invece che una nuova
pagina della storia italiana, c´è una realtà più profonda alla quale i partiti
sembrano estranei.
Berlusconi è uscito di scena, ma una antica e radicata mentalità che ha reso
possibile il suo successo, che si è riconosciuta ed esaltata in lui non è
scomparsa. L´ha riassunta efficacemente il premier uscente quando ha definito
con un´espressione volgare coloro che non votano per il loro immediato
interesse. Questa realtà esiste nel Paese: l´ha ben descritta Ezio Mauro in un
suo editoriale all´indomani delle elezioni; è una realtà che ha radici profonde
nella storia italiana. Ma è un errore e una semplificazione immaginarla come una
somma definita di persone, come una metà stabile del Paese. La realtà è molto
più complessa: le stesse persone rispondono diversamente a seconda di come sono
chiamate; e il compito della grande politica è quello di "chiamare" l´elettorato
e non di seguirne passivamente gli stati d´animo, le paure, le fobie. Compito
della politica è quello di trarre il meglio dalla realtà del Paese, di lasciarlo
esprimere liberamente e di interpretarlo ma anche di chiamarlo appunto verso
obiettivi in cui possa riconoscersi: così l´Italia è stata ricostruita dopo la
tragedia della guerra voluta dal fascismo.
Diciamo allora con chiarezza che gli elettori italiani non sono stati chiamati:
l´enciclopedico programma non poteva entusiasmarli; l´Unione non aveva una sua
fisionomia definita; i suoi leader sono stati troppi e poco credibili. Perché il
centrosinistra ha vinto nelle elezioni regionali, nelle stesse regioni in cui ha
perso domenica scorsa?
Queste elezioni vinte a stento possono diventare un punto di partenza. C´è un
tessuto morale da ricostruire nel Paese. Una esigenza di fronte alla quale la
politica deve riconoscere il suo limite, la sua impotenza e al tempo stesso le
sue responsabilità e oggi le sue colpe: si è fomentato l´odio per la persona e
si è persa l´occasione storica di fare della campagna elettorale una campagna
per i valori che il berlusconismo negava.
Un Paese in cui fosse davvero prevalente e dominante la mentalità che Berlusconi
ha esaltato sarebbe un Paese in cui la democrazia non potrebbe affrontare le
nuove sfide della storia del nostro tempo. La democrazia, tanto più nelle
società ricche, ha bisogno invece di cultura e di forti tensioni ideali, di
tanti voti non ispirati alla logica del portafoglio.
Per ricuperare occorre un ripensamento più profondo e l´impegno di tutte le
agenzie che nel Paese contribuiscono alla formazione del tessuto etico, della
cultura, della solidarietà.
La Chiesa italiana non può limitarsi a richiamare i pur grandi principi che
interessano i valori della vita e della famiglia, ma deve avvertire, a me
sembra, l´urgenza di contribuire a ricreare nel Paese un tessuto di valori di
convivenza civile, di legalità. E´ impensabile che i valori "non negoziabili" su
cui tanto la Chiesa insiste trovino ascolto in una società logorata dalla logica
di un esasperato individualismo.
Una grande occasione sarà offerta dal referendum sulla riforma della
Costituzione voluta da Berlusconi e da Bossi. Bisogna trasformare il "no" deciso
a quella riforma, che rappresenta come ha notato Leopoldo Elia una "aggressione"
alla Costituzione del ´47, in occasione per ristabilire un dialogo e per far
comprendere a tutto il Paese quali sono i fondamenti della sua unità.
Certo non si ricrea artificialmente il clima storico in cui la Costituzione è
nata; non si tratta nemmeno di negare l´esigenza di alcune riforme; ma si può
fare della campagna per il no una grande occasione per un risveglio morale e una
riunificazione del Paese.