«Che cos’è un paese, se non è una nazione?
Che cos’è una cultura, senza consenso?»
Lorenzo Mercurio
Parto da un passo del libro di Clifford Geertz Mondo globale, mondi locali: «Dal
naufragio del così detto “progetto coloniale” [...] sono nati paesi con una
struttura culturale immensamente eterogenea, spesso quasi accozzaglie arbitrarie
di popoli, delimitati da confini tracciati in passato dai giochi d’azzardo della
politica europea».
Non è facile esaminare adeguatamente determinati concetti e modi di intendere la
realtà che noi pensiamo ci circondi. Tuttavia si può tentare di dare delle
letture perfettamente rovesciabili da teorie che possono essere successivamente
tracciate a partire da un differente punto di vista.
In breve, Geertz, nella citazione qui sopra riportata, parla in maniera
specifica di situazioni politiche come quella indonesiana, ma anche di quella
canadese, balcanica e srilankese. Si chiede, ed invita il lettore a porsi lo
stesso quesito, quali siano i parametri secondo cui è possibile parlare di una
‘condivisione’ di elementi culturali che denotino l’esistenza di una nazione,
stanziata su un territorio definito e perimetrato – il paese – sebbene tale
perimetro fisico appaia sempre più labile all’interno del contesto globale in
cui il mondo tende sempre più ad addentrarsi, venendosi, di contro, a creare
nuove e più complesse divisioni – le divisioni eteree di cui parla Giacomarra.
Adesso prendiamo la situazione italiana e vediamo di analizzarla più da vicino,
alla luce di tale ragionamento. Quello italiano, liquidato da Geertz come un
complesso di regionalismi rivali, pare essere un contesto quasi del tutto
tralasciato o sminuito dagli studi sociologici nazionali ed internazionali, a
maggior ragione oggi, a distanza di oltre dieci anni dalla pubblicazione del
libro sopracitato di Geertz. Le situazioni locali e globali variano, infatti,
nel tempo con una velocità inaudita, così che ricerche condotte solo dieci anni
addietro risultano ormai obsolete, rendendo conto di una situazione
socio-politica di fatto non più esistente. Ma pare che la più parte dei
sociologi tendano ad agire comportandosi un po’ come fanno i mass-media
‘classici’, ovvero riducendo la complessità in un modo talmente netto ed
oggettivato da accantonare elementi comunque analizzabili che perdono la loro
importanza (se mai ce l’hanno avuta) per il solo fatto di non essere tirati in
ballo dagli studi effettuati. Eppure la situazione italiana non appare poi tanto
meno interessante rispetto a numerose situazioni analoghe ma che, al contrario,
vengono predilette dagli studi sociologici e politici. Che anche ciò abbia un
senso ed una ragione politici?
L’Italia non è stata sempre l’‘Italia’ che conosciamo. Praticamente dalla fine
dell’Impero Romano, fino al 1860 (data in cui si è costituito lo Stato
italiano), la parola ‘Italia’ è stata usata per designare un’area geografica,
non politica. Stati distinti e secolari hanno visto la propria evoluzione
storica, sociale e politica talvolta in netta contrapposizione rispetto ad altri
Stati contigui, i quali hanno avuto a loro volta un’evoluzione storica, politica
e sociale differente da altri. Per oltre un millennio e quattrocento anni, sono
esistiti – sebbene con il susseguirsi di diverse dinastie regnanti, influenze,
allargamenti o restringimenti di confini – almeno ben sette/otto Stati diversi e
più o meno stabili, Stati inglobati, proprio dal 1860 – ovvero solo da un secolo
e mezzo: un nulla in confronto ad un millennio e quattrocento anni, eppure
sembra molto più influenti – in un unico grande Stato, quello italiano. Per
volere di chi? Perché è avvenuto ciò?
Dare il merito (o la colpa) alla sola corrente filosofica romantica di aver
suscitato un così ampio e diffuso ‘sentimento’ di unione ed unificazione
sminuisce, e di molto (anche se per molti legittima), tutta quella serie di
azioni politiche fatte deliberatamente coincidere in un dato periodo della
storia italiana del XIX secolo. Il nazionalismo europeo ottocentesco ha avuto
certamente la sua importanza nell’azione unificatrice italiana, ma quanto e su
chi tale ideologia ha influito davvero e nei riguardi di un’Italia unita? Può
esservi il dubbio che tale ideologia, contraddistinta scolasticamente da
un’eccelsa purezza intellettuale – tanto eccelsa quanto surreale – possa essere
stata solo un pretesto per unificare ciecamente ciò che era legittimamente
diviso addirittura da millequattrocento anni? E se tale dubbio può realmente
sussistere, perché e in base a quale idea di fondo s’è voluto unire a tutti i
costi l’‘inunificabile’ in un unico Stato?
Tali riflessioni sono indotte da un’altra serie di elementi. Fino alla Seconda
Guerra Mondiale le differenze (ormai diventate ‘regionali’, in quanto
interessanti delle ‘regioni’ italiane, non più degli Stati), soprattutto
linguistiche ed economiche, erano ancora nettamente avvertibili. I primi ottan’tanni
di unità sono stati caratterizzati da una progressione quasi irrefrenabile,
rispetto al periodo antecedente al 1860, dell’economia di quello che sarebbe
presto diventato il così detto ‘Triangolo industriale’ (Genova-Torino-Milano),
ovvero di quella zona geografica che poco prima riguardava il perimetro statale
del Regno di Sardegna, cioè lo Stato invasore – perché tale è stato a tutti gli
effetti – fautore dell’unificazione. Di contro, la Napolitania e la Sicilia si
sono ritrovate con le proprie banche defraudate e con le risorse della nascente
industria pre-unitaria trasferite nell’area di sviluppo industriale del nord
(come sottolinea anche Forgacs), causando una regressione dello stesso settore
industriale napolitano e siciliano. Intanto prende anche vigore quella sorta di
‘anti-Stato’ che supplisce ad una evanescente presenza del nuovo Stato unitario
sul territorio del vecchio Regno delle Due Sicilie: Camorra, Mafia, ‘Ndrangheta
e Sacra Corona Unita troveranno il giusto humus per evolversi in vere e proprie
‘Società per Azioni’ di cui lo Stato stesso, al di fuori di ogni ideologia o
colore politico, diventerà cliente, fino ed oltre gli scandali di Tangentopoli e
delle stragi illustri di mafia.
La fine della Seconda Guerra Mondiale vede in alcune zone d’Italia dei risvegli
nazionalisti, indici di un non del tutto sopito senso di appartenenza a qualcosa
di diverso dall’Italia, un’Italia in cui il dominio fascista tentò in tutti i
modi di accelerare quel senso culturale di appartenenza ad un unico Stato che di
fatto non si era ancora sviluppato. Così in Sicilia (al di là di tutti gli
interessi, mafiosi, non mafiosi ed internazionali che potevano starvi dietro)
centinaia di migliaia di persone di ogni classe sociale scendevano per le strade
a manifestare il proprio desiderio di riconoscersi in uno Stato differente da
quello italiano, ovver in uno Stato siciliano. La guerra tra l’Esercito
volontario siciliano e l’Esercito italiano fu il culmine di quello che divenne
un vero e proprio conflitto, risolto poi con la stipulazione del compromesso
statutario, mai rispettato dalle istituzioni italiane e da quelle siciliane
assoggettate alla politica italiana.
Da allora e fino a quest’epoca d’informatizzazione, l’unità italiana apparirà
come una realtà ormai finalmente consolidatasi e lontana dall’essere rimessa in
discussione. In barba a tale auspicio, ecco comparire la Lega Nord a cavallo tra
la prima e la seconda Repubblica, una fazione politica i cui capi (Bossi,
Miglio, Calderoli, Maroni, Borghezio) appaiono, più che altro, dèditi
all’attacco razzista nei confronti degli extracomunitari e dei meridionali,
senza che venissero prese in considerazione le cause di determinati processi, da
loro chiamati ‘invasori’, che adesso venivano additati ed accusati. L’odore di
un ritorno ad un’ideologia fascista e razzista mascherata da territorialismo
viene confermata e smascherata almeno in parte da recenti affermazioni di
importanti esponenti della stessa Lega come lo stesso Borghezio, di cui è stato
filmato un intervento da una rete di cineamatori e pubblicato sul sito di
video-streaming di YouTube, in cui lo stesso Borghezio affermava di voler
riaffermare l’ideologia fascista in Italia grazie alla maschera del
territorialismo, al fine di avere quante più adesioni possibile (notizia del
tutto ignorata dai media italiani). Ma la rete internet diventa la vera ‘patria’
di ogni altra sorta di gruppi, virtuali e non, riuscitisi a ritrovare, formare o
riformare proprio grazie allo spazio virtuale informatico: indipendentisti
veneti, sardi (già forti da prima), neoborbonici e neo-separatisti siciliani
hanno trovato in internet l’ambiente idoneo per poter diffondere un’ideale
politico e sociale altrove snobbato, e pare che la cosa riesca davvero a muovere
alcune coscienze, soprattutto all’estero, tra gli emigrati, in cui il senso di
appartenenza ad una patria lontana è maggiormente accentuata dall’essere
circondati da un ambiente che viene considerato sì ormai abitudinario, ma
comunque ‘altro’, così che le tendenze identitarie territoriali subiscano un
accentuamento tale da far abbracciare una nuova logica romantica e ‘popolare’,
non d’élite come invece è stato per l’unità d’Italia. Perché gli emigrati, o
molti di essi, soprattutto originari del sud e della Sicilia, farebbero
riferimento ad una patria diversa dall’Italia? Perché viene data la colpa
dell’emigrazione proprio alla stessa Italia, al suo sistema economico e politico
volto al rafforzamento delle risorse del nord, piuttosto che quelle di sud e
Sicilia, così da spingere la popolazione a cercare come vivere altrove, se non
proprio nello stesso nord-Italia.
Intanto, soprattutto al sud e in Sicilia, i lavori considerati troppo umili,
classicamente tralasciati dagli autoctoni, soprattutto per chi ha conseguito dei
titoli di studio, tornano ad essere rivalutati da parte di chi tenta con tutte
le proprie forze di non emigrare: così, ragazzi laureati e dottorandi,
specialisti e diplomati accettano di diventare uscieri e centralinisti di call
center, spesso sfruttati nonostante il (talvolta raro) regolare contratto a
tempo determinato o addirittura non accettati poiché il titolo di studio in
possesso della persona risulta troppo qualificante per la carica per cui si sta
chiedendo di lavorare. Gli stessi titoli di studio acquisiti nelle università
del sud e della Sicilia appaiono maggiormente sfruttabili al di fuori dei luoghi
in cui sono stati conseguiti, proprio come avviene nei confronti del tipo di
istruzione filo-europea rivolta ai paesi del Terzo Mondo di cui parla Giacomarra,
causa primaria di ‘fuga di cervelli’ (Pirrone, 2002): secondo lo stesso
Giacomarra, infatti, gli studi di matrice europea proposti anche all'interno dei
paesi africani indirizzerebbero gli autoctoni ad un tipo di mercato lavorativo
che non riguarda il luogo d'origine degli stessi studenti africani; non trovando
come inserirsi in un mondo lavorativo che di fatto non esiste all'interno del
proprio paese, chi ha un titolo del genere emigra in cerca di un modo per
inserirsi in quell'universo lavorativo per cui si è stati istruiti, e rari sono
i casi di chi rimane nel proprio paese al fine di tentare di innescare una
svolta economica, svolta economica che sarebbe ad ogni modo di matrice europea,
e quindi non per forza coerente con la situazione socio-politica e culturale
complessiva autoctona.
Alla luce di tali considerazioni, quanto è possibile affermare che tale quadro
generale, delineato nei confronti della situazione italiana e riguardante
esattamente il suo sud e la Sicilia, non possa essere denotato con l’appellativo
di ‘colonizzazione’, sebbene in una scala differente rispetto alla
colonizzazione avvenuta (e che avviene tutt’ora sotto altre forme) in Africa, in
Asia, in Sud America da parte delle potenze europee? Su che basi si può
affermare che quelli del paese ‘Italia’ non siano allo stesso modo «confini
tracciati in passato dai giochi d’azzardo della politica europea», come afferma
Geertz riguardo ai confini tracciati in maniera folle dai colonizzatori nei
riguardi delle aree africane, asiatiche e sudamericane? Studi sociologici
parlano di una non meglio definita situazione economica e politica ‘italiana’,
come se all’interno della stessa Italia non esistessero situazioni (che
interessano la più parte del paese in termini di territorio e di popolazione)
che scardinano completamente l’idea di poter prendere l’Italia tout court come
caso di uno ed un solo tipo di economia, politica e società. Ma la cosa più
raccapricciante, come accennato, è l’assenza di studi adeguati a riguardo. Si
parla tanto di situazioni instabili di paesi come il Canada, lo Sri Lanka,
l’Indonesia, il Congo; si sente spesso parlare di separatismo groenlandese,
scozzese, catalano o basco, ma mai alcuno studio sociologico fa riferimento alle
precarie condizioni italiane, rese ancor più instabili dal fatto che se
avvenisse davvero un nuovo smembramento dell’area a breve, ciò creerebbe zone
sottosviluppate indipendenti che oggi sono, allo stesso modo, delle zone
sottosviluppate dipendenti su cui non vi è alcuna attenzione sociologica,
proprio come prima non vi era nei confronti delle colonie europee sparse per il
mondo: il problema è che non vi sarebbe alcuna preparazione da parte degli
abitanti di tali zone ad un’eventuale indipendenza, poiché è ormai sopraggiunta
l’abitudine a parlare così tanto di ‘Italia’ da dare per scontato tutta una
serie di elementi entrati nelle concezioni culturali da soli 150 anni che
richiamano solo ed esclusivamente ad uno Stato italiano, e non si dà spazio
all’eventualità di diventare semplicemente siciliani o sardi, veneti o
napolitani, e non più ‘italiani’, e questo rimprovero è rivolto non solo verso i
mass-media italiani (che pure fanno il proprio dovere ‘nazionale’ in tal senso),
ma anche e soprattutto verso i sociologi, ovvero chi dovrebbe essere capace di
vedere oltre, di vedere una situazione un po’ diversa da quella che viene
presentata dalla facciata mediatica classica, ovvero una situazione italiana in
completa disgregazione.
BIBLIOGRAFIA:
Geertz C., Mondo globale, mondi locali. Cultura e politica alla fine del ventesimo secolo, Il Mulino, Bologna, 1998
Giacomarra M. G., Migrazioni e identità. Il ruolo delle comunicazioni, Palumbo, Palermo, 2000
Pirrone M. A., Approdi e scogli. Le migrazioni internazionali nel
Mediterraneo, Mimesis, Milano, 2002