7 Marzo 2006

la polemica

Non più comizi e caccia ai voti; il candidato è a scatola chiusa

FILIPPO CECCARELLI

E però: più che elezioni, sono investiture, nomine garantite, posti sicuri. Nel diritto medievale, in effetti, funzionava più o meno allo stesso modo che nell' Italia politica del 2006. Chi è prescelto e messo ai primi posti della lista non ottiene come un feudo come accadeva nei secoli bui, ma da oggi ha già il rango e lo stipendio di onorevole in tasca. SEGUE A PAGINA 6 É inutile che il «candidato», per così dire, chieda voti perché gli arriveranno comunque. Così com' è del tutto superfluo che i suoi «elettori», sempre tra virgolette, ne conoscano l' aspetto fisico, la vita famigliare, il curriculum professionale, le idee politiche, le vittorie, le sconfitte, le virtù o le magagne, perché tanto lui andrà in ogni caso a Montecitorio o a Palazzo Madama. (Tiè!). Come ventilato in mirabile sincronia nei mesi scorsi da parte dei maggiori partiti (Forza Italia e Ds), c' è qualche buona ragione per sospettare che in cambio del seggio, chi prima chi poi debba pagare; o abbia già pagato. E dal punto di vista dei partiti, che ormai per legge si sono assicurati il beneficio di conferire cariche, una qualche riconoscenza si capisce pure. Molto meno è destinato a capire l' elettorato che il 9 aprile si ritroverà davanti scelte da compiere a scatola chiusa: prendere o lasciare. Come appare evidente, non si tratta solo di una discutibile forzatura sul piano della democrazia, ma anche di una innovazione che rompe con il passato e in qualche modo sovverte e forse addirittura capovolge i meccanismi di selezione della classe dirigente. Nella lunga stagione del proporzionalismo (1946-1991) sull' altare del voto di preferenza si sono combattute lotte pazzesche e bruciati tesori di astuzia matematica elettorale. Candidati, correnti, calcoli fattoriali, «santini», fac-simili. A ogni concorrente corrispondeva un numero di lista, ed era sulla base delle combinazioni che si vincevano o si perdevano le elezioni. Così, nell' Irpinia felix dei primi anni settanta i demitiani escogitarono una fantastica combine: era il 1972 e scrivendo appunto «1972» sulla scheda si spediva automaticamente alla Camera De Mita, che era il numero 1, e poi il candidato numero 9, amico di De Mita, quindi il numero 7, pare di ricordare fosse il demitiano Peppino Gargani, e infine il numero 2, Gerardo Bianco, allora pure demitiano. Erano guerre in famiglia, le peggiori. Si spostavano blocchi di voti clientelari all' ultimo momento, come pure si scambiavano pacchetti con candidati di altri partiti al Senato. Ma si sono anche fatti circolare fac-simili sbagliati per disorientare gli elettori; ed è anche successo che negli ultimi giorni della campagna si annunciasse la finta morte di qualche concorrente. A Napoli, nel 1963, l' onorevole Crescenzio Mazza venne commemorato sui muri cittadini con alatissime parole; mentre alle ultime comunali di Catania il macabro scherzetto ha avuto come vittima Raffaele Lombardo. Andreotti, Moro, Gava, Colombo, Lattanzio, Rumor e poi Bisaglia: tutti i grandi poteri sono nati a colpi di preferenze. «Divisi si vince» strizzava l' occhio Franco Evangelisti. Questo autentico bellum omnium contra omnes, questa guerra di tutti contro tutti, era il classico male che la Dc riusciva a convertire in bene. «A' Vittò, stavorta 160 mila preferenze!» gridavano alla fine degli anni ottanta i fans di Vittorio Sbardella. E lui, imperioso: «Nun mettemo limiti!». Perché poi alla fine i conti tornavano, soprattutto per lo scudo crociato. Ma anche gli altri partiti - dai rissosissimi socialisti ai socialdemocratici con le loro nicchie corporative, dai missini menacciuti ai signori del Pli e del Pri - si regolavano più o meno allo stesso modo. E insomma, a distanza di anni si può dire: era pur sempre un criterio. Solo i comunisti restarono per decenni impermeabili a questo sistema. Il giorno del voto i militanti andavano in sezione e lì, disciplinatamente, ritiravano un bigliettino con i «bloccaggi». Non erano ammesse discussioni e in cabina nessuno faceva brutti tiri. Secondo una leggenda terzinternazionalista - se non vera, bene inventata - appena eletti, i parlamentari del Pci erano o comunque si sentivano obbligati di firmare una lettera di dimissioni, riservando al Partito il diritto di apporvi la data in qualsiasi momento. Ecco. Chi avrebbe mai potuto immaginare che questo dei vecchi comunisti sarebbe diventato il modello più vicino all' attuale. Ma la differenza vertiginosa con il presente sta nelle condizioni della vita pubblica italiana e dei partiti in modo particolare. Ora, passi pure il grottesco e simmetrico trionfalismo di alcuni esponenti locali dei ds e di Forza Italia che, al termine di micidiali lotte per le investiture, sono riusciti a chiudere i loro elenchi di beneficiati: «Si tratta di una lista di candidati di alto profilo politico, culturale e morale» ha detto il segretario calabrese diessino. «Le liste di Forza Italia - sempre ieri gli ha fatto eco il coordinatore berlusconiano della Basilicata Guido Viceconte - contengono le risorse migliori e più rappresentative della classe dirigente regionale, sia a livello di istituzioni che di partito». Ma nel giorno della presentazione di queste benedette liste colpisce soprattutto il silenzio sul grave colpo assestato al concetto stesso di rappresentanza, oltretutto da parte di partiti che appaiono tanto più vecchi, vuoti, oligarchici, frammentati e privi di canali di comunicazione con la società quanto meno riescono ormai a nascondere la loro crescente e quasi disperata voracità. A occhio, la qualità dei futuri parlamentari non è mai apparsa così scadente. La carne, infatti, anche quella degli apparati, è debole: troppo comodo scavalcare gli elettori per «sistemare» a proprio agio amici, mogli, parenti, cortigiani e capitani di ventura, non di rado impresentabili. Nessun grande partito e nessun leader hanno saputo resistere alla tentazione regressiva dell' investitura. Nessuno ha fatto un' apertura o un sacrificio intelligente. Di solito sono cose che si pagano, ma dopo. Nel frattempo resta difficile specchiarsi nella regressione.