22 gennaio 2006
Berlusconi a Palazzo Chigi tra Masaniello e James Bond
EUGENIO SCALFARI
Fin da quando fu chiaro che il disincanto
dell'opinione pubblica nei confronti del governo Berlusconi aveva assunto
caratteristiche di massa il maggior timore che agitò il mondo politico e
istituzionale derivò dalle reazioni che quel disincanto avrebbe potuto provocare
nell'anima e nei comportamenti del presidente del Consiglio e della "falange"
dei suoi più stretti collaboratori. Si disse: farà il possibile e l'impossibile
per conservare il potere, supererà i limiti del buon gusto, forzerà
l'interpretazione oltre che la lettera del diritto pubblico e se tutto questo
non basterà adotterà pratiche di manipolazione del consenso deformando le
istituzioni, il costume e l'etica democratica.
Questi erano i timori, specie dopo la schiacciante vittoria del centrosinistra
nelle elezioni regionali e questo si è ampiamente verificato dal 2004 ad oggi.
Restano ancora una dozzina di settimane al 9 aprile, giorno fissato per le
elezioni. Una "via crucis" abbastanza lunga che richiederà molta attenzione
affinché i continui colpi di scena ai quali stiamo assistendo non si trasformino
in eversione strisciante di cui si hanno già i primi e assai preoccupanti
segnali.
Il primo segnale si è avuto con l'invasione quotidiana delle trasmissioni
radiofoniche e televisive al ritmo di almeno due o tre volte al giorno.
Trasmissioni le più diverse, da quelle di dibattito politico a quelle
d'intrattenimento, dai monologhi di fronte a conduttori conniventi o ammutoliti
ai contraddittori con esponenti politici, da apparizioni concordate con i
dirigenti di Rai e di Mediaset a sortite inattese e non previste.
È accaduto
di tutto e ancora accadrà. Assisteremo anzi ad un crescendo del fenomeno di
sconvolgimento e scompiglio dei palinsesti, nonostante gli appelli reiterati del
presidente della Repubblica che continua a invocare il pluralismo, la
moderazione dei toni e il conflitto civile delle opinioni.
Avendo capito che una legge per abolire la par condicio non è tecnicamente e
politicamente possibile, ora il governo pensa di prorogare di due settimane o
almeno di una la vita del Parlamento. Lo scioglimento delle Camere, secondo le
dichiarate intenzioni di Palazzo Chigi, dovrebbe cioè avvenire a metà febbraio
anziché, come concordato con Ciampi appena tre settimane fa, il 29 gennaio. La
motivazione reale è chiara: continuare l'occupazione dei video e dei microfoni e
restringere l'applicazione della par condicio agli ultimi trenta giorni anziché
a quarantacinque.
E' possibile che l'effetto di questa inflazione televisiva sia un rigetto
dell'occupante e delle tesi da lui sostenute, ma resta il fatto che non si era
mai visto un simile fenomeno di prevaricazione sfrontata e di passiva
rassegnazione da parte dei dirigenti e dei conduttori delle varie trasmissioni,
fino all'assurdo dell'Isoradio che fornisce all'utenza le informazioni sul
traffico automobilistico, anch'essa rallegrata dall'impetuosa e improvvisa
partecipazione del presidente del Consiglio.
Ma l'aspetto di gran lunga più preoccupante di questa campagna para-eversiva
riguarda l'aggressione in atto da molti giorni contro i Ds sulla vicenda Unipol.
Si fa strada l'ipotesi (di cui non mancano seri indizi) che vi siano coinvolti
addirittura uomini dei vari servizi di sicurezza. Ipotesi molto circostanziate,
relative alla fuga di notizie e di intercettazioni telefoniche disposte dalla
Procura ma utilizzate a sua insaputa da pubblici ufficiali infedeli alle norme
che presiedono al loro delicato lavoro.
Si tratta, finora, di inchieste giornalistiche ricche tuttavia di riscontri
documentati e di induzioni assai solide. Se ne trova ampio riferimento negli
articoli pubblicati da Repubblica ma non soltanto. Del resto le deduzioni
logiche sono difficilmente controvertibili. La Procura di Milano ha già
dimostrato che la fuga di notizie e documenti non può essere avvenuta dai suoi
uffici. È dunque evidente che sia avvenuta da uno o più operatori in ascolto
delle conversazioni intercettate. Tali operatori sono militari della Guardia di
Finanza.
I testi registrati e trasmessi al Giornale (di proprietà della famiglia
Berlusconi) a cominciare dall'ormai famosa conversazione Consorte-Fassino,
provengono dunque da quelle fonti alle quali non dovrebbe esser difficile dare
un nome poiché si conoscono le date e l'ora delle intercettazioni dalle quali è
automatico risalire al nome degli operatori.
Si tratta come è evidente di ipotesi molto gravi alle quali tuttavia non c'è
alternativa poiché solo da lì quei documenti possono essere usciti. Il
presidente del Consiglio sta giocando dunque col fuoco e potrebbe bruciarsi non
solo le dita ma la mano intera.
Un altro segnale anch'esso molto preoccupante proviene dall'insolita visita di
Berlusconi alla Procura di Roma. Ne avevamo già parlato la settimana scorsa ma
ancora non si conosceva l'esito di quella sua "deposizione" e i problemi che ora
stanno dinanzi ai magistrati che l'hanno raccolta. "Non aveva alcun contenuto
giudiziariamente rilevante" ha detto più volte lui e ha confermato l'avvocato
che l'aveva accompagnato. "Non era una denuncia" ha aggiunto ancora il
presidente del Consiglio e il suo avvocato ha confermato.
Tuttavia il procuratore capo della Repubblica e i suoi sostituti incaricati
dell'inchiesta Unipol hanno dato seguito a quella "non denuncia" che faceva
tuttavia i nomi di terze persone; per la precisione di Prodi, Rutelli, Veltroni,
D'Alema, Bernehim e Tarak Ben Ammar, quest'ultimo socio in affari di Berlusconi
e da lui indicato come sua fonte d'informazione.
Evidentemente i procuratori di Roma hanno trovato che nella deposizione del
presidente del Consiglio qualche cosa di giudiziariamente rilevante c'era,
altrimenti perché avrebbero indicato a comparire dinanzi a loro alcune di quelle
persone sopra indicate? Perché li avrebbero sottoposti a interrogatorio?
Berlusconi ha anche aggiunto che le informazioni da lui trasmesse ai magistrati
avevano però un rilievo politico. Se ne deve per caso dedurre che i procuratori
di Roma fossero interessati al rilievo politico? E quindi si prestassero all'uso
politico e non giudiziario della deposizione del premier? Sarebbe gravissimo se
così fossero andate le cose, ma tutto ci porta a escluderlo.
Resta comunque acclarato che i magistrati dettero seguito alla deposizione del
premier trasformando così la non denuncia in una denuncia vera e propria. Che
cosa hanno accertato? Che gli incontri sono avvenuti. Che furono promossi da
Bernehim. Che oltre a quelle persone Bernehim incontrò anche Berlusconi, dopo
Prodi e dopo D'Alema e prima di Rutelli e di Veltroni. Che non avevano affatto
parlato di Unipol, salvo che con Berlusconi medesimo. Il tutto è stato
confermato da Tarak Ben Ammar, parola per parola, con una mezza smentita al suo
socio sulla questione Unipol.
Tutto chiaro. "La questione per noi è chiusa" hanno detto i procuratori. Chiusa?
Non direi. Il procuratore capo ed i suoi sostituti hanno compiuto atti
giudiziari rilevanti sulla base di una non denuncia che si trasforma in denuncia
da parte del presidente del Consiglio. Non trovano niente di penalmente
rilevante, cioè in altre parole la denuncia risulta sballata. Ma resta che era
calunniosa.
Politicamente calunniosa, su questo non c'è dubbio, ma anche tecnicamente
calunniosa. Quando si attiva il magistrato, cioè la giurisdizione, ipotizzando
che un reato sia stato compiuto e risulta invece che il reato non ci sia, si
configura tecnicamente una calunnia che i magistrati debbono perseguire
d'ufficio.
Perciò mi permetto di chiedere al procuratore della Repubblica: è stato compiuto
un reato di calunnia dal presidente del Consiglio? Se così fosse, lei dovrebbe
iscriverlo nel registro degli indagati. Oppure lei - inconsapevolmente certo -
si è prestato all'uso politico di una non denuncia, come si può vedere dai
giornali e dalle televisioni che hanno aperto per molti giorni le prime pagine
su questa faccenda. Una risposta sarebbe non solo gradita ma indispensabile.
Nella conferenza stampa di Tarak Ben Ammar dopo il suo interrogatorio in Procura
si dice anche che lui, Tarak, non era la sola fonte e che sulla vicenda Unipol
"il presidente Berlusconi ha anche altre fonti" del resto Berlusconi non lo nega
affatto anzi lo dichiara con orgoglio. Ha detto ai suoi collaboratori: "Bisogna
continuare su Unipol, tra poco spero di saperne molto di più".
Ernesto Galli della Loggia ha scritto sul "Corriere della Sera" che il
presidente del Consiglio sta reincarnando una versione moderna e mediatica di
Masaniello e il giornale l'ha messo anche nel titolo di quell'articolo.
Masaniello. Un populista e demagogo che sollevò il popolo napoletano contro il
potere e poi si mise d'accordo col potere stesso. Poi finì male.
Il paragone con Masaniello deriva dalla demagogia e mi sembra perfettamente
appropriato, ma ora si deve aggiungere un altro paragone altrettanto
appropriato, quello con l'indimenticabile James Bond. E' evidente che James Bond
più Masaniello costituiscono una miscela esplosiva, per di più quando queste due
figure beneficiano dei poteri e delle prerogative del capo del potere esecutivo.
Voi capite che i timori che derivano da questa situazione
sono pienamente giustificati.