
27 Aprile 2006 LE IDEE
La fede la ragione e il Segretario dell´Esattezza
Il Segretariato generale dell´Esattezza e dell´Anima di Robert Musil
Molti ostentano la loro fede senza avere nozione del sacro e del divino
Se le parole sono bistrattate non possono aderire alla realtà delle cose e dunque non hanno oggetto
Secondo il filosofo cinese la prima cosa da fare volendo governare è quella di rettificare i nomi
Roberto Galasso
Quando sono stato invitato a parlare di fede e
ragione, ho pensato subito: questo è perfettamente in linea con la tradizione
del Pen Club, che ha sempre voluto occuparsi dei perseguitati. Tali infatti mi
appaiono queste due parole, che ogni giorno subiscono abusi, maltrattamenti,
violazioni.
A un punto tale che certe persone, dalle quali ci si potrebbe aspettare che le
pronuncino spesso, al contrario le evitano.
Di fatto ciò che il nostro mondo richiede con urgenza è quell´operazione che,
secondo Confucio, dovrebbe precedere ogni altra: la rettifica dei nomi. Come si
legge nei suoi Detti: «Una volta un discepolo gli chiese: "Se un re vi affidasse
un giorno un territorio da governare secondo le vostre idee, che cosa fareste
prima di tutto?". Confucio rispose: "Rettificare i nomi"». E poi spiegò al suo
discepolo sconcertato: Se i nomi non sono corretti, se non corrispondono alla
realtà, il linguaggio non ha oggetto. Se il linguaggio non ha oggetto, l´azione
diventa impossibile – e così tutti gli affari umani si disgregano e
amministrarli diventa futile e impossibile. Perciò il primo compito di un vero
uomo di Stato è quello di rettificare i nomi.
Proviamo ora ad applicare queste parole al nostro mondo – e plausibilmente ci
sentiremo colti da un senso di paralisi. Perché sarebbe arduo trovare anche solo
una fra le parole fondamentali della quale si possa dire che viene usata in modo
generalmente accettabile. Se ora ci guardiamo intorno e proviamo ad attraversare
una qualsiasi parte del mondo, troveremo immancabilmente sciami di persone che
si richiamano alla parola fede – e talvolta la brandiscono minacciosamente.
Ma, se pensiamo che la parola fede debba avere qualcosa a che fare con il divino
e con il sacro, subito siamo assaliti da forte perplessità. Perché molti fra
quelli che ostentano la loro fede sembrano non avere nozione precisa né del
divino né del sacro. E così anche, se la parola fede deve in qualche misura
corrispondere alla definizione fino a oggi più densa che ne sia stata data - la
definizione che si incontra nel Paradiso di Dante e traduce un passo della
Lettera agli Ebrei: «Fede è sustanza di cose sperate / ed argomento delle non
parventi» - , è forte il dubbio che oggi essa animi davvero un alto numero di
quelle innumerevoli persone che si dichiarano «fedeli». Se non altro perché non
molti sembrano condividere la percezione precisa di una realtà invisibile, che è
il presupposto della definizione di Dante. Immediatamente avvertibile è invece
qualcos´altro, a Ovest come a Est, a Nord come a Sud: la parola fede è
diventata, per un vasto numero di persone, il più efficace fra i collanti
sociali, l´unico che fornisca una riserva inesauribile di certezze, sulla base
delle quali le azioni più diverse possono essere compiute, le più miti ma anche
le più micidiali, senza bisogno di giustificazioni ulteriori. E già questo rende
potenzialmente micidiale qualsiasi azione.
Il senso della Gemeinschaft, della «comunità», vagheggiato da certi sociologi
fuori moda come Tönnies e reso fantomatico per il puro svilupparsi del mondo
tecnico, viene così riattivato e recuperato servendosi della parola fede, che a
questo punto non ha più bisogno di riferirsi alla percezione di una realtà
invisibile, ma si appaga del calore animale sprigionato dalla comunità dei
fedeli. Questo induce a una constatazione molto amara: che la vera religione
ecumenica del nostro tempo tende a essere la società stessa, il «grande animale»
di cui Platone scriveva - e che Simone Weil riconobbe attorno a sé nell´Europa
degli Anni Trenta.
E un´ironia non trascurabile della storia che un discorso in qualche modo
parallelo a quello sulla parola fede possa essere applicato alla parola ragione.
In una certa parte della comunità scientifica e in una vasta parte della
comunità di coloro che vogliono imitare il pensiero della comunità scientifica,
la parola ragione continua a essere usata come una sorta di rimedio per tutti i
mali. Coloro che lo fanno sono per lo più i legittimi eredi di quei positivisti
di fine Ottocento i quali sostenevano che la coscienza e la mente fossero
epifenomeni secondari da ricondurre - una volta giunto il momento - alla madre
di tutte le certezze e di ogni ragione: la materia. Nel frattempo - quindi negli
ultimi cento anni - la materia è diventata il luogo di una esplosione
progressiva di paradossi, a prima vista piuttosto irragionevoli. Esplosione che
non sembra essere finita. Di conseguenza nessuno come i fisici che devono
aprirsi ogni giorno la strada fra quei paradossi è diventato diffidente, se non
addirittura sarcastico, verso la parola ragione.
Sembrerebbe a questo punto raccomandabile una savia mutezza - o per lo meno una
certa cautela farmacologica verso le due parole fede e ragione: usare in piccole
dosi. Se poi si volesse cercare un esempio in direzione opposta, un caso in cui
le due parole fede e ragione abbiano agito insieme, ubbidendo a presupposti
trasparenti e rigorosi, sarebbe consigliabile volgersi indietro verso un punto
che dista da noi quasi tremila anni. Penso a una parola sanscrita - sraddha - ,
che si incontra assai spesso nei Brahmana, testi di esegesi liturgica risalenti
all´epoca vedica. Marcel Mauss osservò che sraddha corrisponde, anche
fonologicamente, al latino credo. Dumézil proponeva di tradurla con «fiducia
tranquilla». Ma che cos´era questa fede vedica? Innanzitutto una convinzione che
riguardava gli atti rituali. Senza la sraddha, la fede nell´efficacia dell´atto
che si sta compiendo, il sacrificio è vano. E, per il pensiero vedico, se il
sacrificio è vano tutto è vano. Quindi sraddha, la fede rituale, è la fiducia,
non dimostrabile ma sottintesa in ogni atto, che il visibile agisca
sull´invisibile e soprattutto che l´invisibile agisca sul visibile. I Brahmana
dedicano a questa parola le più audaci speculazioni. E tentano anche di
rispondere a un quesito insidioso: se non ci fosse nulla di tangibile, come si
potrebbe compiere il sacrificio?
La risposta ci giunge attraverso il sapiente Yajnavalkya. Se anche mancassero il
latte e il fuoco in cui versarlo, ugualmente si potrebbe celebrare il più
elementare dei sacrifici, l´agnihotra. Ma come? «Offrendo in libagione la verità
- satya - nella fede, sraddha», disse Yajnavalkya. Sylvain Lévi traduceva satya
non con «verità» ma con «esattezza». Questo ci fa sentire in modo ancora più
netto come l´aspirazione più tenace della ragione - la adaequatio rei et
intellectus - possa congiungersi con un atto rituale. E il nodo si stringe in
una formula memorabile, che si incontra nell´Aitareya Brahmana. Così la
traduceva Lévi: «Fiducia e esattezza; questa è la coppia più bella». Ma esiste
in Occidente e in tempi non troppo distanti qualcosa che vagamente ricordi
questa formula? Forse sì - e lo si può trovare nell´Uomo senza qualità di Musil,
là dove si racconta che Ulrich, il matematico protagonista del romanzo, aveva
immaginato di istituire un «Segretariato Generale dell´Esattezza e dell´Anima».
Ancor più che delle Nazioni Unite, è forse di quel Segretariato che avremmo
bisogno. E forse mai come in questo momento ne siamo stati lontani.