16/5/07

La doppia anima della città

Amelia Crisantino

Ma quale Palermo ha scelto Cammarata come sindaco? Quale delle tante città che convivono e spesso non s´incontrano, che si sfiorano e non si conoscono, ha deciso che ad amministrarla dovrà continuare a essere il sindaco divenuto visibile solo a ridosso della campagna elettorale, in un crescendo di spot-manifesti-inaugurazioni-feste che si trasformano in omogeneizzato promozionale, dove ogni nastro tagliato diventa puntello per stabilizzare l´effimero? Volendo prendere sul serio i proclami del vincitore e dei suoi sponsor, proviamo a evitare quelli che vengono definiti «soliti commenti malevoli e rituali lanci di accuse»: sul voto di scambio, sulle varie forme di pressione che finiscono per sfiorare la truffa o i ricatti veri e propri. Ignoriamo anche quella sorta di mobbing sul cittadino che, prima di varcare la cabina elettorale, viene in tutti i modi blandito da parte di un potere che controllando Comune-Provincia-Regione molto può fare e tende a rappresentarsi come fonte di ogni beneficio, essendo da noi del tutto fuori luogo parlare di diritti. Quello che rimane sono i numeri, cioè i voti per Cammarata e per il Consiglio comunale. Numeri che dicono come più del 50 per cento dei palermitani sia ragionevolmente soddisfatto del lavoro svolto dal sindaco uscente, tanto da riconfermarlo. Palermitani che in fondo al cuore sentono di vivere nella città più cool d´Italia, a dispetto di tutto. Del traffico che impazzisce, dei cimiteri che mettono le salme in deposito e delle centinaia di assunzioni clientelari. Palermitani che confermano la fiducia a un centrodestra erede del mitico 61 a zero, anche se per fortuna i numeri non sono più gli stessi.
Che non cambiano bandiera, anche se a Roma gli equilibri sono mutati. E non si sa se riconfermano il centrodestra perché non credono nel cambiamento, o per timore del cambiamento. Sono ostaggio del fatalismo, perché una lunga storia di malgoverni subiti ma molto spesso attivamente supportati li ha vaccinati contro ogni illusione di miglioramento, oppure temono che dal cambiamento non potrebbero derivare che guai? Dove non esiste il merito, dove le catene clientelari s´intrecciano e bloccano ogni pretesa di riuscita individuale, dove gli interessi corporativi diventano uno scoglio insuperabile, in quel posto ogni accenno a un possibile cambiamento in nome della trasparenza o della legalità suona come una minaccia.
È questo che accade? È la somma degli interessi individuali che invece di crescere e diventare interesse collettivo in cui riconoscersi si trasforma in blocco opaco che soffoca o ingloba, e massimamente aspira a riprodurre se stesso? La Palermo che sceglie di riconfermare la fiducia a un´amministrazione dall´identità poco riconoscibile e dai risultati molto discutibili è una Palermo che non crede abbastanza all´alternativa di Orlando. Ma è anche una Palermo che non ha voglia di alcuna alternativa, e crede di stare benissimo: in una città caotica, ma dove i furbi sempre s´illudono di conoscere le scorciatoie giuste. Del resto, la più genuina delle nostre tradizioni è quella dell´emigrazione. Chi non si trova bene, può sempre andar via.
Poi c´è l´altra Palermo. C´è molta distanza fra chi teme il cambiamento, facendolo coincidere con la fine di tante rendite di posizione, e chi invece nella speranza del cambiamento si riconosce. Come se fossero due città diverse, che solo per caso si ritrovano gomito a gomito nelle stesse strade in cui aleggiano le polveri sottili. È una Palermo ormai lontana dagli entusiasmi populisti che trionfalmente portarono Orlando a diventare sindaco, ma che di quelle stagioni pensava di poter salvare la voglia di esserci. Cioè di tornare visibile, e di nuovo dialogare con quanto nel vasto mondo si muove producendo cultura e innovazione. Una città dove provare a ricreare il miracolo della fiducia nel futuro, divenendo così ospitale soprattutto per i suoi giovani. Dove, senza dimenticare i tanti strutturali problemi che la rendono una realtà difficile, si potesse metter mano a un progetto che magari qualcuno di questi problemi provasse a risolverlo: dove, per restare a esempi molto concreti, i parametri standard altrove adottati per il traffico e l´inquinamento o per la raccolta differenziata non divenissero mete irraggiungibili.
Le città diverse di Orlando e Cammarata sono vicine, ma non comunicano. A simbolizzarle abbiamo il sindaco Cammarata che mai affronta da solo comizi e incontri, che rifiuta il confronto e sempre sorride mondano, come se invece d´essere il primo cittadino di una Palermo in guerra perenne con la vivibilità fosse rimasto a rappresentare il Circolo del tennis. E dall´altro lato abbiamo Leolouca Orlando. Che nella sua vita è stato eccessivo, che ha portato scompigli e fatto errori, che da sindaco non è stato tanto lungimirante da superare i personalismi e creare un ricambio. Ma, nell´immaginario di quella città che nel centrodestra non si riconosce, Orlando è rimasto il sindaco per eccellenza. L´unico che poteva provare a ribaltare le percentuali schiaccianti, e togliere Palermo tutta dal binario morto in cui si trova.
Orlando che trascorre il pomeriggio di sabato scorso, subito prima del voto, a camminare da solo fra piazza Croci e piazza Verdi, in un bagno di folla che sembrava un trionfo, è comunque il segno visibile di una diversità che a Palermo esiste e bisogna coltivare. Le percentuali fra maggioranza e opposizione in Consiglio comunale non sono più quelle di prima, si aprono comunque nuovi spazi. Cominciando col fare una buona opposizione, si mostrerà a Palermo che un altro sistema è possibile.