17 Febbraio
2007 ›
INTERNI - IL DOCUMENTO
L´ex dirigente dell´Azione Cattolica, deputato del gruppo dei 60, lancia un appello ai vescovi
"La Cei non umilii l´autonomia dei laici"
Franco Monaco
Attendiamo con vivo, sincero interesse la nota CEI "più meditata" annunciata
dal cardinale Ruini. L´autorevolezza della fonte ci impegna al rispettoso
ascolto, al cordiale dialogo. Esige che si rimuova in noi un pregiudizio, che
pure - perché tacerlo? - insorge spontaneo. Anzi, ci suggerisce di coltivare una
doppia speranza. La prima è di immediata evidenza: che tale pronunciamento fissi
gli orientamenti di valore, ma non prescriva comportamenti parlamentari, che non
mortifichi sino a dissolvere la sfera delle decisioni affidate all´autonomia
responsabile del laicato cattolico. Autonomia laicale, politica, istituzionale.
Esattamente quella cui siamo stati educati dalla Chiesa nella quale siamo
cresciuti e che ci ha fatti consapevoli della circostanza che tali
responsabilità sono per noi indeclinabili.
Ma veniamo al secondo auspicio: che, ai primi, estemporanei, molteplici
interventi dal sapore reattivo e dai toni esacerbati, possa finalmente seguire
appunto un pronunciamento più meditato e, diciamo così, più pertinente
all´oggetto e più persuasivo negli argomenti. In una parola, più utile per il
legislatore. Il cui compito proprio non è di proclamare valori, ma di coniugarli
con il costume e i comportamenti. Provo a spiegarmi relativamente al caso al
nostro esame. Premetto: anch´io, come cittadino prima che come cristiano,
conformemente all´art. 29 della Costituzione, sono convinto che la famiglia
fondata sul matrimonio sia la via maestra, la soluzione più utile alla società.
E dunque auspico che su di esso i giovani si orientino. Di qui il "favor
familiae", la cura di non equiparare al matrimonio le altre forme di unione. Non
sta qui il punto. Tutte le voci critiche di parte ecclesiastica muovono
dall´assunto, indimostrato, che i "Dico" configurerebbero un´alternativa minore
al matrimonio. Ma l´intenzione e la scommessa di chi li ha messi a punto è
l´esatto contrario: essi sono pensati come un´alternativa maggiore alla mera
convivenza di fatto, anonima, più precaria e meno impegnativa. Una alternativa
non al matrimonio, ma al nulla di giuridicamente (e socialmente) impegnativo. La
domanda cruciale per il legislatore è la seguente: considerata la diffusione
delle unioni di fatto (secondo l´ISTAT raddoppiata negli ultimi dieci anni), il
nuovo istituto sarà percepito come un´alternativa al matrimonio o non piuttosto
come alternativa al nulla? Se, come io credo, l´evoluzione del costume (piaccia
o non piaccia) è quella che conosciamo, la seconda ipotesi si configura come
decisamente più probabile. E´ nell´interesse della società tutto ciò che va nel
senso della stabilizzazione dei rapporti e della responsabilizzazione, sia tra i
partners sia verso la comunità. E di riflesso lo Stato e il legislatore fanno
bene a disciplinarli. Qui c´è un punto che ci interpella. Comunicativamente, non
ha giovato l´enfasi posta sui soli diritti contemplati dai "Dico", cui indulge
una certa sinistra di stampo libertario. Ma i "Dico" prescrivono precisi,
corrispondenti doveri: ripeto, verso la società e verso il partner, soprattutto
quello più debole, di norma la donna, che, magari, dopo lunghi anni di
convivenza, può essere messa in mezzo a una strada. Per il legislatore questo è
il cuore del problema.
A me pare sia ragionevole pensare, sulla base delle informazioni di cui
disponiamo circa i costumi affettivi e sociali, che i "Dico" sarebbero
interpretati, in concreto, come un istituto che semmai fa passare dalla
informalità-precarietà-clandestinità a quel di più di stabilità e
responsabilizzazione che giova alla società. I critici dovrebbero misurarsi con
questo concreto problema e non prendere la via di fuga di un approccio tutto
ideologico.