11 Marzo 2007

Discutibilissima puntata di «Annozero»

L'inquisitore Santoro e il giornalismo da luna park

Umberto Folena

Questo è un appello al disarmo giornalistico. Non al giornalismo senza spina dorsale che rinunci alle idee, alla battuta, alla sana polemica, al gioco raffinato dell'ironia. Ma al giornalismo tracotante, fatto di imboscate ed esecuzioni sommarie davanti a un pubblico plaudente che reclama la testa del condannato. Quindi non contro il giornalismo di parte, poiché tutti apparteniamo a qualcuno o qualcosa, idea persona o progetto; ma contro il giornalismo fazioso, che è cosa ben diversa. È un appello o meglio ancora una bandiera bianca, quella che sventolavamo invano - e chi ci vedeva, nel nostro salotto? - giovedì sera davanti allo scempio messo in onda su Raidue da Michele Santoro con il suo Annozero, tema le unioni di fatto e l'impallinamento del ministro Clemente Mastella, piazzato solo su una sedia di fronte all'emiciclo dei giustizieri, il vuoto attorno quasi fosse un appestato, Santoro a danzargli dinanzi sfoggiando il suo più fotogenico sorriso a sfottere, e tutti addosso.
Il disarmo non significa rinuncia al confronto. Disarmo significa poter contare su un arbitro che garantisca il rispetto delle regole e dei contendenti. Un arbitro che intervenga se i toni si fanno offensivi o vengono dette cose false. Quell'arbitro che Santoro orgogliosamente non è. Ad esempio, quando un gay ventunenne, ben attrezzato dialetticamente, dice che il Papa e Ruini disprezzano lui che non può stringere la mano al compagno morente in ospedale, questa è demagogia bell'e buona che istiga all'autocommiserazione quanto all'aggressività, e un arbitro dovrebbe interrompere il gioco e ammonire. Non incoraggiare.
Che il giornalismo splatter faccia più audience, riempiendo di soddisfazione i signori inserzionisti, non ce ne meraviglieremmo. Resta la tristezza di fronte alla progressiva funarizzazione di Michele Santoro, irresistibile nella sua omelia minacciosa da laico inquisitore contro i politici che «devono imparare ad ascoltare», pronunciata quando Mastella si alza e se ne va, e rim asti senza orsetto gli allegri tiratori del luna park non sanno a chi sparare, e la trasmissione s'affloscia di colpo su se stessa; ma Santoro, vecchia lenza catodica, se ne accorge e assume l'iniziativa.
Resta anche l'amaro in bocca per l'occasione perduta; perché quel gay ventunenne, con la sua vita i suoi affetti le sue opinioni, meritava davvero l'ascolto e l'attenzione per i quali giovedì sera mancavano del tutto le condizioni: purtroppo in un mattatoio si squartano i manzi, non si allacciano relazioni.
Inutile dire che parlare di unioni di fatto e Dico in modo disarmato, e assai più produttivo, si può. La stessa sera a Controcorrente, su Sky tg24, il canale all news di Sky, Corrado Formigli arbitrava il civilissimo confronto tra Rocco Buttiglione e la diessina Roberta Pinotti, in versione gentleman e gentlewoman; non mancavano le voci delle lesbiche (americane) e dei gay (italiani), ma erano voci, non urla. Un canale a pagamento ha svolto quel servizio pubblico di cui troppa Rai non è più capace.
Disarmo sia, dunque. Nel frattempo, Mastella mediterà sulla temeraria decisione di partecipare a un'esecuzione annunciata, la sua, sperando di farla franca. Non poteva immaginare che i vincoli politici determinati dal far parte - lui e Santoro - della stessa maggioranza politica non avrebbero tenuto. E Santoro si rassegnerà: nessun editto bulgaro, nessun martirio, nessun esilio dorato in qualche Parlamento, europeo o mondiale o galattico: nessuno lo caccerà. Resteranno lì da soli, lui e il suo ego stratosferico, se possibile senza altre vittime sacrificali, a contarsela su. Per fortuna l'etere è vasto.