21 APRILE 2006

Il mobbing del Cavaliere di Arcore

Francesco Merlo

AL SERVIZIO di un umore che gli inglesi chiamano sour grapes, uva acida, si aggrappa al collo dell´odiatissimo Prodi e cerca di portarlo giù insieme con lui, tagliandolo ogni giorno a fette come faceva Jacovitti con i suoi uomini-salame. In preda a un´allegra irresponsabilità, Silvio Berlusconi ha infatti inaugurato il mobbing istituzionale, una strategia politica e una tattica immaginifica che non sono pazzia, non sono farsa, non sono isteria, non sono paranoia, ma appunto mobbing, vale a dire dispetto preventivo, voglia di provocare malessere e senso di soffocamento in un nemico già debole e già minato al suo interno dalla solita lotta per le poltrone, una specie di sgretolamento dell´avversario per mezzo di delegittimazioni quotidiane, irrispettosità, toni di voce, grossolanità verbali e morali. A torto o a ragione, Berlusconi pensa di essere stato per cinque anni la vittima di un mobbing uguale e contrario e ora vuole vendicarsi, occhio per occhio dente per dente.
E cioè: mi avete demonizzato e io vi controdemonizzo; siete voi gli imbroglioni e non io; siete voi i pirati della politica.
E, dunque, riconoscere la pur risicatissima vittoria di Prodi non sarebbe per lui uno scatto virtuoso, nobile e probo, come sarebbe per chiunque altro, Pisanu Casini Gasparri e Confalonieri compresi, ma una resa con i capponi nelle mani, una cerimonia funebre con la dispersione delle proprie ceneri, un divorzio dalla vita. Perciò ogni giorno ne inventerà una delle sue, il Tar, le schede nulle, il partito dei pensionati, i dissidenti della Lega, le giunte delle Camere, i brogli, il voto all´estero, il Sudamerica applicato all´Italia, i baratti e le compravendite di parlamentari, l´idea di votare prima Andreotti e poi Mastella alla presidenza del Senato: «lanceremo un´Opa al Senato» ha detto ai suoi. Berlusconi ha mobilitato gli esperti della Casa delle libertà ben sapendo che in Italia c´è sempre un cavillo al quale può restare appesa la Storia. Quando non si riesce a espugnare il castello, lo si assedia. Si scavano e si minano gallerie e cunicoli per indebolirne la struttura, si fa affidamento sull´astuzia, si introducono cavalli di Troia.
Abituato a proclamarsi vittima di terribili persecuzioni mediatiche e giudiziarie, il cavaliere-cavilliere è diventato uno specialista di garbugli come il suo Previti che, per difendersi in processo, fa saltare il processo; per sfuggire alla legge cambia le leggi; e se va male nel duello televisivo è colpa dei tempi che l´hanno imbalsamato; e se il conto non gli torna, è sbagliata l´aritmetica. «I miei nemici – ha detto a un amico che gli vuol bene – non vanno mai in pensione, e io ho cominciato una guerra dove non si smette mai».
E al nemico di sempre non perdona nulla, a partire da quella vittoria celebrata troppo presto, nella folle notte delle elezioni, quando nessuno è riuscito a trattare con leggerezza le cose pesanti. Forse era quello il momento di smontare Berlusconi. Subito bisognava opporgli la lievità come sostanza, come modo di pensare, come stile di vita; e il silenzio come carezza delle cose, di un Paese drammaticamente lacerato, di una vittoria ammalata, di un´Italia che aveva cercato di esprimersi con la sua peggiore e radicata civiltà, quella dello zero a zero.
Invece Berlusconi – mi spiega quel suo amico che gli vuole bene – pensa di avere subìto un trattamento da delinquente politico e non riesce a digerire l´espressione di Prodi, «ora se ne deve andare a casa», proprio lui che si era abituato a pensare che Palazzo Chigi fosse casa sua, e se lo portava dietro dappertutto, in Sardegna o alle Bermuda, come un Luigi XIV da romanzo popolare. Perciò resterà lì, asserragliato a Palazzo Chigi come in curva sud, gradasso e sentenzioso come i leghisti che sono ormai rimasti i suoi soli alleati. In preda alla paura privata di subire oltraggi crudeli, continuerà a infondere a Forza Italia e ai suoi giornali l´ira delle plebi leghiste, di Castelli e Calderoli, sapido e veloce nella battuta rancorosa, ruspante, fuori dalle righe, ma di nuovo efficace come in campagna elettorale.
E la vittoria di misura di Prodi, che è sicuramente una mezza sconfitta politica, lo aiuta a liberare e ad armare i risentimenti dei suoi elettori perché quando cade la Maestà, dice Amleto, «ogni minimo annesso, ogni più meschino aggregato ne segue la fragorosa rovina». Fa saltare dunque il protocollo che una volta disciplinava i conflitti politici, li assoggettava a un cerimoniale e a una strumentazione culturale e istituzionale dentro un quadro generale che legittimava i diritti del perdente senza negare il premio al vincitore. Invocando nuovi controlli, moltiplicando le contestazioni, denunziando i brogli, Berlusconi disarma la civiltà delle elezioni. E la guerra politica diventa assoluta, una guerra santa, insensata e medievale.
Inutile spiegargli che il premio spetta, comunque, al vincitore e non allo sconfitto, il quale merita rispetto, simpatia, malinconici e amorosi sospiri, solidarietà, amicizia, pacche sulla spalla, incoraggiamenti, critiche, stimoli al rinnovamento, franche analisi dell´errore, proposte di nuove tattiche e di nuove strategie, insulti terapeutici; tutto quello che si vuole, insomma, ma non il premio che suonerebbe come derisione non solo del vincitore ma innanzitutto della gara. E come derisione anche dello stesso sconfitto che, attraverso dilazioni, trucchi ed espedienti formali, più rompe i lacci dell´Ordinamento e più corrompe la propria immagine, più si libera e più si lega, più si sbroglia e più si imbroglia.
Nel paese di Machiavelli e dei ribaltoni nazionali e internazionali, dei cambiamenti di alleanza, Berlusconi pensa, non senza ragioni, che il consenso di quasi metà degli italiani lo lascia comunque signore dell´emergenza. E non ha bisogno di recitare né di ricorrere ai travestimenti o ai nasi finti: gli basterà essere se stesso, uno di quei controversi protagonisti della Storia, la cui biografia è stata ampiamente manipolata sia dai detrattori sia dagli apologeti, ma che sicuramente interpreta bene la nuova Italia insicura, quella che ha paura di pagare il biglietto d´ingresso nel nuovo millennio, l´Italia disillusa dall´Europa, l´Italia di Vanna Marchi e dei furbetti, ma anche l´Italia valorosa dei suoi militari all´estero, dal Kosovo all´Iraq; l´Italia confusa per la globalizzazione che subisce, l´Italia degli autonomismi, della frammentazione regionalistica, l´Italia smarrita e senza centro, un´Italia che il 9 aprile non si è fidata della sinistra e che, definitivamente smoderata, si riconosce in una iena che abbandonerà il potere solo dopo averlo lordato, nel lama che sputa sull´antagonista incombente, nella seppia che sbuffa il nero per intorbidare le acque e sottrarsi allo scacco del predatore. In nome di quest´Italia Berlusconi è l´arpia insozzante che non permetterà banchetti ai nuovi convitati. È l´Italia che dice «né io né voi». Ancora una volta è l´inciviltà dell´antipolitica, che è tutta dentro la storia nazionale, dal non expedit dei cattolici al bivacco dei manipoli, a Giannini. Berlusconi che non si arrende è un Pinocchio che, per lasciare Palazzo Chigi, la sua "casa", pretende almeno i due carabinieri.