
26 APRILE 2006
Il cinismo senile della Repubblica
Edmondo Berselli
Con la candidatura di Giulio Andreotti alla presidenza del Senato si chiude un cerchio. Forse è la prima Repubblica che cerca di vendicarsi della seconda. Ma nello stesso tempo, e senza forse, è un´operazione politica distruttiva, esplicitamente volta a fare implodere la legislatura, a produrre il meltdown della politica italiana.
La fusione del nocciolo come a Three Mile Island e a Chernobyl,
una reazione nucleare che sciolga appartenenze e identità nelle larghe intese
future. Non si è mai assistito a un esercizio politico così spregiudicato e
nichilista, e non stupisce che al centro dell´operazione si profili la figura
del divo Giulio, motore immoto di una manovra in cui sembra esprimersi senza
inibizioni e tabù il cinismo senile della Repubblica.
Qui non è il caso di richiamare le vecchie battute andreottiane sul «meglio
tirare a campare che tirare le cuoia» e il primo comandamento della tavola della
legge democristiana, ossia «tutto s´aggiusta». Non è questione di colore o di
folclore, non c´entra l´antropologia politica all´italiana: siamo in presenza di
un artificio politico maligno, pensato per produrre la destabilizzazione e poi
una stabilizzazione concertata dall´alto. Una piccola carica di esplosivo che
può far cadere tutto l´edificio del bipolarismo come se si trattasse
dell´ecomostro di Punta Perotti. E tutto questo fra molteplici sogghigni di
soddisfazione: da parte di Silvio Berlusconi perché annullerebbe l´esito
elettorale che lo ha dato per sconfitto, e che lo aveva indotto a pronunciare la
frase infelicemente minacciosa per cui «il risultato deve cambiare»; e quanto al
senatore a vita Giulio Andreotti, ecco una vendetta quasi postuma, come se a
vendicarsi fosse tutta la Dc spazzata via da Tangentopoli e dal maggioritario.
Non stupisce dunque che alle spalle del senatore Andreotti si intraveda una
folla di "revenant", di fantasmi della Repubblica d´antan, un balletto
scandaloso di zombie come nello storico videoclip Thriller di Michael Jackson.
Altro che «senectus ipsa morbus», come ammonivano gli antichi, la vecchiezza
come malattia di per sé. Qui è la decrepitezza che affligge pensieri, parole e
azioni della civitas politica, come se il tempo si fosse fermato e servisse
soltanto per consumare revanscismi interni al ceto politico.
Che la scaltrezza politicante di Andreotti possa invischiare la legittimazione a
governare di Romano Prodi, suo ministro quasi trent´anni fa, può appartenere a
un fondale narrativo di malizie democristiane. Solo che le perfidie correntizie
di ieri erano al servizio dell´eternità democristiana, quando Ciriaco De Mita
annunciava «la Dc farà quadrato» e il divo Giulio si permetteva di rispondere:
«Ai quadrati di De Mita manca sempre un lato».
Piccole storie, echi di un piccolo mondo antico. Mentre oggi siamo davanti a un
uso strumentale dei grandi vecchi, evocati o agitati per schiudere o sbarrare
strade politiche altrimenti impercorribili. È una strumentalizzazione, inutile
nasconderlo, che non esclude dai giochi tattici neppure il Quirinale, se è vero
che negli ambienti della politique politicienne più esasperata si accenna a
Carlo Azeglio Ciampi come un possibile presidente rinnovato "a tempo", cioè
speculando sulla sua età come un´ulteriore risorsa negoziabile nelle strategie
generali. E che diventa vistosamente opportunistica nel caso di Andreotti, in
via di trasformazione nel cavallo di Troia del fallimento di sistema. D´altra
parte, lo stesso Andreotti dipinge se stesso per il Senato come il candidato a
una presidenza di transizione, esibendo senza infingimenti la propria età come
un elemento aggiuntivo del progetto: votatemi, tanto è evidente che durerò poco
e i giochi si riapriranno, al momento immaginabile.
Eppure, al di là della necrofilia implicita, si gioca la figura di Andreotti per
provocare il fallimento di quello schema bipolare che ha prodotto la sconfitta,
pur strettissima, della Casa delle libertà e quindi di Silvio Berlusconi. Non
dovrebbe sfuggire a nessuno che l´uso politico di Andreotti, vecchia volpe
sfuggita alla pellicceria (nonostante i vaticini di Bettino Craxi), riporta al
suo seguito una milizia di suoi spregiatori che allignano dentro il
centrodestra, in Alleanza nazionale ma più in particolare dentro la Lega, a
testimonianza di una manovra tanto spudorata da non avere neanche più bisogno di
mascherature.
E da parte di Andreotti c´è l´uso di se stesso, l´ostensione della propria
durata da De Gasperi a Salvo Lima, dalla ricostruzione alla fine della Dc, come
il simulacro di un´Italia immobile, che rifiuta processi di alternanza politica,
e mette la propria condizione ottuagenaria al servizio di un ricongiungimento
patologico al passato. Larghe intese, grande coalizione, scomposizione dei poli,
ricomposizione neodemocristiana, niente sarebbe precluso se l´immolarsi di
Andreotti dovesse consentire l´annullamento del risultato delle urne (e della
legge elettorale). È il suo personale cinismo, in questo caso, che si sposa al
cinismo altrui, in un connubio volutamente non casto, e in un intreccio di
cinismi che si intensificano ed esaltano a vicenda, fino alla possibile
mortificazione del confronto e della dignità della politica.
Viene da chiedersi se questo processo di senescenza cinica non sia in realtà la
condizione coatta e fisiologica di un paese senile per attestazione dell´Istat,
ma anche per irrigidimento e sclerosi dei suoi processi interni. Sarà
un´osservazione banale, ma nella vecchia e stagnante Europa si è assistito alla
vicenda politica di young leader come Tony Blair e poi José Luis Zapatero, alla
traiettoria della cinquantenne Angela Merkel, e adesso all´apparizione della
nuova star dei Tories, il non ancora quarantenne David Cameron.
Da noi, a osservare il profilo anagrafico del nuovo Parlamento, non soltanto la
durissima competizione che ha coinvolto il sessantasettenne Prodi con il
settantenne Berlusconi, ci si fa l´idea che si siano inceppati tutti i
meccanismi di reclutamento del personale politico, tutti i congegni di
selezione, tutte le modalità di formazione e di ricambio di una classe
dirigente. Ed è in questo quadro allora, in questa condizione di immobilità
rancorosa, di posizioni occupate in modo semifeudale, nella paralisi
generazionale, che acquista un senso anche l´operazione Andreotti: con il gusto
amaro e annichilente che ogni esercizio di cinismo rivela di una comunità, del
suo pessimismo, della sua assenza di speranza.