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Marzo 2007
Il Cavaliere tra le macerie
Massimo Giannini
Il regno dell´oppio, la tomba degli eserciti. Al Senato,
l´Afghanistan poteva essere anche la tomba del governo di centrosinistra. È
diventato invece la tomba dell´opposizione di centrodestra. L´Unione conferma la
precarietà della sua autosufficienza politica, in questa occasione mimetizzata
dal soccorso bianco dei centristi. Ma da ieri la Casa delle Libertà non esiste
più. Berlusconi, Fini e Bossi si aggirano confusi tra le macerie di un edificio
crollato sotto i colpi del cinismo culturale e dell´autolesionismo politico di
chi lo aveva costruito. Con la decisione di astenersi sul voto per il
rifinanziamento della missione Isaf, Forza Italia, An e Lega si rinchiudono
nella trincea dell´incoerenza e dell´irrilevanza, e soprattutto consumano la
rottura definitiva con l´Udc di Casini.
Solo sei giorni fa, alla Camera, i tre partiti della ridotta forzaleghista
avevano votato compatti per il sì allo stesso decreto legge. Com´era logico per
un´opposizione che, quand´era maggioranza nella precedente legislatura, aveva
mandato le truppe italiane prima in Iraq, senza mandato dell´Onu, e poi proprio
in Afghanistan, sotto l´egida della Nato. Con tutta la buona volontà, non si può
non giudicare gravemente strumentale e palesemente irresponsabile il voltafaccia
dei leader nero-azzurro-verdi a Palazzo Madama. Tanto più che il governo gli ha
concesso anche l´unica cosa giusta che, sia pure con intenzioni malevole,
avevano chiesto: la disponibilità a rafforzare l´equipaggiamento dei nostri
soldati impegnati nei teatri di guerra tra Herat e Kabul, previa richiesta
dettagliata degli stati maggiori militari.
Come un mese fa per l´Unione gli istinti di piazza avevano avuto la meglio sui
vincoli di coalizione, stavolta per il Polo gli interessi di bottega hanno
prevalso sugli interessi del Paese. Il Cavaliere, sobillato da Bossi e mai
abbastanza contrastato da Fini, ha ceduto di nuovo alla sua tentazione: la
spallata a Prodi. Ci ha riprovato, e ancora una volta ha miseramente fallito.
Non si fa politica, a colpi di «intentona» populista, stavolta azzardata
addirittura sulla pelle dei nostri militari e alla faccia di una «ortodossia
atlantica» declamata nei comizi ma smentita dai fatti. Una prova di forza ha
qualche ragionevole probabilità di successo se è effettivamente tale. Invece
oggi è proprio questo che manca all´opposizione, anche più di quanto manchi alla
stessa maggioranza: la forza. È debole la leadership, perché Berlusconi non è
più il padre-padrone di un´alleanza politica che era stata costruita sulla sua
biografia personale. È debole il progetto, perché i cinque anni di governo non
sono serviti a far nascere una vera identità conservatrice e moderata di stampo
europeo e oggi lo stesso vantaggio registrato nei sondaggi riflette più il
disincanto verso il centrosinistra, che non un nuovo incanto verso il
centrodestra.
Forse esagera Prodi, a giudicare il voto di ieri come una grande «svolta
politica». Ma un fatto nuovo, dal Senato, emerge e impressiona. La Cdl implode e
crolla perché perde, forse irrimediabilmente, uno dei suoi pilastri. L´Udc, per
troppo tempo prigioniera della Casa delle Libertà, vota con l´Unione e compie
fino in fondo il suo processo di autonomizzazione. Questo ridisegna la geografia
politico-parlamentare. A denti stretti, se ne rendono conto anche i reduci
dell´opposizione dura e pura rimasta nel bunker dell´irrealtà. Lo capisce
Berlusconi, che ringhia il suo «no comment» sulla scelta di Casini. Lo capisce
Fini, quando osserva che «due opposizioni fanno solo il gioco di Prodi». E lo
capisce Calderoli, quando saluta con disprezzo «l´ingresso dell´Udc nella
maggioranza». Ovviamente è insensato parlare di un Casini che entra nel
centrosinistra. Ma intanto, è certo che dopo la crisi di governo di un mese fa è
iniziata a tutti gli effetti la fase delle «geometrie variabili». Oggi la
convergenza è sulla politica estera. Venerdì prossimo lo schema potrebbe
ripetersi sulle liberalizzazioni. Più in là, magari, anche sulle pensioni o
sulla restituzione del «tesoretto» fiscale.
Questa svolta è, allo stesso tempo, un´opportunità e un rischio. L´opportunità è
evidente: non c´è scandalo, ma solo buon senso, se gli schieramenti politici si
«contaminano» su grandi questioni che una volta proprio un esponente di spicco
di Forza Italia come Tremonti definì giustamente no-partisan. Il profilo
internazionale del Paese, suggellato dalla partecipazione delle sue truppe nelle
missioni internazionali, è patrimonio della nazione, e non appartiene né alla
destra né alla sinistra. La stessa cosa vale per un´economia di mercato più
efficiente, per un Welfare più solidale verso i giovani o per un sistema
tributario più equo. Una strategia politica non ideologica, e una tattica
parlamentare non ostruzionistica, possono attribuire all´Udc un ruolo di ago
della bilancia, che può aiutare questa fragile legislatura a non consumarsi
nell´inutilità, e a produrre almeno qualche risultato positivo per il Paese.
Ma qui sta anche il rischio, che il centrosinistra farebbe bene a non
sottovalutare. La crisi di governo non è passata invano per l´Unione. L´ultima
istantanea di Palazzo Madama ritrae una sinistra radicale finalmente disposta
(suo malgrado) ad accettare quello che prima dell´autodafè di fine febbraio
avrebbe sdegnosamente rifiutato: l´invio di nuovi mezzi militari in Afghanistan.
Ma sancisce anche l´esistenza di schegge di radicalità intollerante che nelle
aule del Parlamento sfuggono ormai a ogni controllo, e che nelle aule della
Sapienza riecheggiano negli insulti a Bertinotti. Se Berlusconi non può contare
sulla sua debolezza per tentare di far cadere il governo, Prodi non può contare
sulla stampella di Casini per farlo durare altri quattro anni. Il leader
dell´Udc ha compiuto il suo «parricidio» politico. Ora è più libero, ed è in
movimento. Ma non farà il ribaltone. Non può, e probabilmente non vuole.
Qui sta il pericolo. Il voto di ieri non lancia affatto segnali confortanti,
sullo stato di salute del bipolarismo italiano. Entrambi gli schieramenti escono
indeboliti, da questa ennesima roulette russa sui numeri. La politica ha una sua
geometria: più si riduce il perimetro dei due poli, più cresce (anche solo per
spinta inerziale) lo spazio per il centro. Questa legge elettorale non aiuta, e
non ce n´è un´altra alle viste. Ora che il centrodestra estremista è allo
sfascio, il centrosinistra riformista ha solo un modo per scongiurare
un´insidiosa revanche neo-centrista. Accelerare davvero la nascita del partito
democratico. È già tardi: la burocrazia degli apparati rischia di diventare
esiziale per la democrazia dell´alternanza.