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Aprile 2007
Il gesto rituale dei vescovi chiamati a una nuova umiltà
Rosario Giuè
Questa sera all´interno della Cattedrale di Palermo
l´arcivescovo si inginocchierà e, come tradizione vuole, laverà i piedi a dodici
uomini. Sono uomini con storie diverse, non si tratta soltanto di un numero
biblico. Allo stesso modo faranno i vescovi di Monreale, di Trapani, di
Agrigento, di Catania. Si rinnova dunque così anche in Sicilia il rito della
«lavanda dei piedi» molto seguito dalla religiosità popolare. Ma che cosa può
significare ripercorrere la memoria di questo gesto semplice di Gesù di Nazareth
oggi, nella nostra società post-moderna?
Che cosa può significare, come racconta il Vangelo di Giovanni, il gesto di
alzarsi da tavola nel corso di una cena, deporre le vesti, prendere un
asciugatoio, versare dell´acqua nel catino e lavare i piedi fino ad asciugarli?
Che cosa questo gesto di Gesù - segno certo di un amore senza fine - chiede alla
Chiesa nel contesto attuale in Sicilia e in Italia?
Al di là di un generico invito a mettersi al servizio degli altri, in una
società post-moderna e pluralista quale è ormai anche quella siciliana, ripetere
il gesto del Maestro di Nazareth significa accogliere le diversità. Lavare i
piedi significa non avere la pretesa di imporre i propri modelli culturali o la
propria tradizione agli altri e alle altre. Se invece di lavare i piedi
dell´altro, di lenirne le ferite, accarezzarli, ungerli di profumo, aiutarli a
essere più forti a resistenti nel difficile cammino della vita, si vogliono
cingere quei piedi con scarpe strette, le scarpe della nostra interpretazione
unilaterale del "diritto naturale", ecco che allora che quei piedi saranno resi
più doloranti e non si lenirà alcuna ferita. Quei piedi, con scarpe strette e
inadatte per scalare le nuove montagne, le nuovi situazioni che la vita e il
nostro tempo ci mette oggi davanti, faranno ancor più male.
E allora non si potrà più dire allo storpio, come fece Gesù, «alzati e cammina»,
perché lo storpio non comprenderà più il nostro linguaggio, gli apparirà
estraneo, gli apparirà freddo, burocratico, direi violento e, pertanto,
disumano, certo non evangelico. Davvero è necessario che l´uomo e la donna di
questo nostro tempo si debbano sentire bloccati proprio dai seguaci di Gesù,
rimanere a terra, esclusi dalla mensa e dalla condivisione della stessa speranza
e della stessa fatica? È questo, oggi, fare la volontà di Dio «come in cielo
così in terra»?
Cosa può significare, perciò, in questi nuovi contesti sociali e culturali il
rito della «lavanda dei piedi»? Lavare i piedi oggi significa accettare di
essere minoranza. Accettare che non esiste più la «società cristiana» e che,
pertanto, i cristiani sono chiamati a vivere accanto agli altri, agli altri
diversi da sé. Senza rinunciare ad annunciare i valori del Vangelo. I cristiani,
infatti, non possono rinunciare al proprio discorso pubblico e ridurre la fede
ad un fatto privato, ma devono farlo rimanendo nell´ambito della dialettica
della proposta e non dell´imposizione. Il modello proposto da Gesù Cristo del
lavare i piedi è un modello completamento opposto da quello di provare a imporre
i propri valori per via politica e legislativa. Gesù non ha imposto mai nulla.
Come non si esporta con la forza la democrazia, così non si impone con la forza
della legge il proprio credo. In ossequio al gesto di Gesù i cristiani
dovrebbero astenersi dal fare valere la logica dei numeri e delle alleanze
quando si tratta della vita e i diritti delle persone concrete.
Deporre le vesti, cingersi dell´asciugatoio e lavare i piedi, allora, cosa può
significare oggi? Deporre le vesti significa accettare umilmente la nuova
condizione storica nella quale i cristiani e la Chiesa si trovano a vivere,
deponendo ogni pretesa di egemonia culturale e sociale. Significa non preferire
la scorciatoia della via legislativa alla faticosa via dell´evangelizzazione, di
una catechesi approfondita e attenta alla cultura contemporanea, di una
testimonianza aperta e matura.
Cingersi dell´asciugatoio significherà, per i pastori innanzitutto, farsi
interpreti delle nuove domande che salgono dalla società e dallo stesso corpo
ecclesiale: domande di comprensione, di attenzione, di inclusione, domande che
vengono dai cuori e dalle carni di uomini e di donne concreti con storie e
sofferenze diverse, responsabilmente vissute e non per moda. Scegliere di
chinarsi su queste diversità, non per rispetto di concordati o per quieto
vivere, ma per amore, non è questo il compito, il modo di amare oggi?