5 Aprile 2007

Il gesto rituale dei vescovi chiamati a una nuova umiltà

Rosario Giuè

Questa sera all´interno della Cattedrale di Palermo l´arcivescovo si inginocchierà e, come tradizione vuole, laverà i piedi a dodici uomini. Sono uomini con storie diverse, non si tratta soltanto di un numero biblico. Allo stesso modo faranno i vescovi di Monreale, di Trapani, di Agrigento, di Catania. Si rinnova dunque così anche in Sicilia il rito della «lavanda dei piedi» molto seguito dalla religiosità popolare. Ma che cosa può significare ripercorrere la memoria di questo gesto semplice di Gesù di Nazareth oggi, nella nostra società post-moderna?
Che cosa può significare, come racconta il Vangelo di Giovanni, il gesto di alzarsi da tavola nel corso di una cena, deporre le vesti, prendere un asciugatoio, versare dell´acqua nel catino e lavare i piedi fino ad asciugarli? Che cosa questo gesto di Gesù - segno certo di un amore senza fine - chiede alla Chiesa nel contesto attuale in Sicilia e in Italia?
Al di là di un generico invito a mettersi al servizio degli altri, in una società post-moderna e pluralista quale è ormai anche quella siciliana, ripetere il gesto del Maestro di Nazareth significa accogliere le diversità. Lavare i piedi significa non avere la pretesa di imporre i propri modelli culturali o la propria tradizione agli altri e alle altre. Se invece di lavare i piedi dell´altro, di lenirne le ferite, accarezzarli, ungerli di profumo, aiutarli a essere più forti a resistenti nel difficile cammino della vita, si vogliono cingere quei piedi con scarpe strette, le scarpe della nostra interpretazione unilaterale del "diritto naturale", ecco che allora che quei piedi saranno resi più doloranti e non si lenirà alcuna ferita. Quei piedi, con scarpe strette e inadatte per scalare le nuove montagne, le nuovi situazioni che la vita e il nostro tempo ci mette oggi davanti, faranno ancor più male.
E allora non si potrà più dire allo storpio, come fece Gesù, «alzati e cammina», perché lo storpio non comprenderà più il nostro linguaggio, gli apparirà estraneo, gli apparirà freddo, burocratico, direi violento e, pertanto, disumano, certo non evangelico. Davvero è necessario che l´uomo e la donna di questo nostro tempo si debbano sentire bloccati proprio dai seguaci di Gesù, rimanere a terra, esclusi dalla mensa e dalla condivisione della stessa speranza e della stessa fatica? È questo, oggi, fare la volontà di Dio «come in cielo così in terra»?
Cosa può significare, perciò, in questi nuovi contesti sociali e culturali il rito della «lavanda dei piedi»? Lavare i piedi oggi significa accettare di essere minoranza. Accettare che non esiste più la «società cristiana» e che, pertanto, i cristiani sono chiamati a vivere accanto agli altri, agli altri diversi da sé. Senza rinunciare ad annunciare i valori del Vangelo. I cristiani, infatti, non possono rinunciare al proprio discorso pubblico e ridurre la fede ad un fatto privato, ma devono farlo rimanendo nell´ambito della dialettica della proposta e non dell´imposizione. Il modello proposto da Gesù Cristo del lavare i piedi è un modello completamento opposto da quello di provare a imporre i propri valori per via politica e legislativa. Gesù non ha imposto mai nulla. Come non si esporta con la forza la democrazia, così non si impone con la forza della legge il proprio credo. In ossequio al gesto di Gesù i cristiani dovrebbero astenersi dal fare valere la logica dei numeri e delle alleanze quando si tratta della vita e i diritti delle persone concrete.
Deporre le vesti, cingersi dell´asciugatoio e lavare i piedi, allora, cosa può significare oggi? Deporre le vesti significa accettare umilmente la nuova condizione storica nella quale i cristiani e la Chiesa si trovano a vivere, deponendo ogni pretesa di egemonia culturale e sociale. Significa non preferire la scorciatoia della via legislativa alla faticosa via dell´evangelizzazione, di una catechesi approfondita e attenta alla cultura contemporanea, di una testimonianza aperta e matura.
Cingersi dell´asciugatoio significherà, per i pastori innanzitutto, farsi interpreti delle nuove domande che salgono dalla società e dallo stesso corpo ecclesiale: domande di comprensione, di attenzione, di inclusione, domande che vengono dai cuori e dalle carni di uomini e di donne concreti con storie e sofferenze diverse, responsabilmente vissute e non per moda. Scegliere di chinarsi su queste diversità, non per rispetto di concordati o per quieto vivere, ma per amore, non è questo il compito, il modo di amare oggi?