
Sabato, 29 Aprile 2006
ESORDIO INQUIETANTE
Massimo Giannini
NELLA LUNGA notte della Repubblica, il centrosinistra, invece
di prendere avventurosamente il largo, rischia pericolosamente di naufragare.
Romano Prodi, dopo il 9 aprile, vince le elezioni alla Camera con 24.755 voti di
scarto. Franco Marini, dopo dodici ore al cardiopalma, non vince i primi due
scrutini al Senato. La prima legislatura millesimata della storia italiana non
riesce ancora a nascere. E forse era già scritto, per come i «vincitori» ne
hanno gestito questo complicatissimo inizio. Quasi come la sfida del 9-10 aprile
tra Berlusconi e Prodi, anche la tormentata maratona di Palazzo Madama si
conclude con un risultato anomalo. Andreotti perde, ma Marini non vince. Ancora
una volta, si fronteggiano non due forze spettacolari, ma due debolezze
speculari. Eppure, tra la sconfitta del primo e la mancata vittoria del secondo,
è quest´ultima che rischia di bruciare di più.
Marini, a questo punto, può diventare un´anatra zoppa. Se è ancora il candidato
dell´Unione al Senato, nello scrutinio di oggi si gioca a dadi la sua elezione.
Se passa, è comunque un vincitore infiacchito. Se non passa, si apre uno
scenario indecifrabile. Prodi rischia di non poter formare il suo governo e di
dover rinunciare a un rapido conferimento dell´incarico da parte del Capo dello
Stato. Ma anche se il suo tentativo riuscisse, e oggi a Palazzo Madama non ci
fossero sorprese dopo questa fantasmatica notte, quello che è accaduto non può
tranquillizzare nessuno. È un test inquietante, che anticipa il sicuro Vietnam
parlamentare al quale il centrosinistra sarà condannato comunque nei prossimi
mesi. «La maggioranza tiene», ha detto Franco Giordano, prossimo segretario di
Rifondazione, dopo la prima fumata nera su Marini. È tutt´altro che una
consolazione. Una maggioranza stabile, se esiste come tale, non «tiene», ma si
impone con la forza dei numeri, per quanto esigui e millesimati, ogni volta che
è richiesta una conta. In caso contrario, rischia di essere solo una maggioranza
variabile. Esiste in teoria, ma nella pratica è costretta ogni volta a
scommettere il tutto per tutto fino all´ultimo voto, con la minaccia costante
dei franchi tiratori nel voto segreto o degli assenti ingiustificati in quello
palese. Che questo fosse il destino, al Senato, era già stato detto, alla luce
dei fragili equilibri usciti dall´urna il 9-10 aprile. Ma ieri se n´è avuta una
rappresentazione plastica e drastica. Grazie allo sciagurato «porcellum»
elettorale varato dal centrodestra, non siamo alla governabilità, ma alla
casualità. Non siamo alla politica, ma alla cabala. Non siamo in una democrazia
occidentale, ma alla roulette russa.
Il governo Prodi, se mai vedrà la luce, si dovrà abituare a vivere (e a
legiferare) con il pallottoliere in mano. Oltre che di politici molto
coraggiosi, avrà bisogno di matematici molto precisi. L´intifada azzurra in
Parlamento, già ampiamente e logicamente promessa dal Cavaliere, non darà tregua
alla nuova maggioranza. Serviranno disciplina, coesione, senso di
responsabilità. Merce rara, nell´Unione vittoriosa per un´incollatura alle
elezioni di venti giorni fa. La prova sta nei voti persi da Marini alle prime
due votazioni al Senato. Sta in quella manciata di schede bianche o volutamente
storpiate, con le quali qualcuno ha voluto aprire un po´ di fuoco amico contro
la coalizione. E per quello che vale, sta anche in quella discreta messe di voti
attribuiti a D´Alema nella seconda votazione per la presidenza della Camera.
Nulla che metta a rischio l´elezione di Bertinotti, almeno quella regolarmente
prevista per oggi. Ma abbastanza per temere un deprecabile residuo di basso
mercantilismo sulle poltrone, un fastidioso pulviscolo di dissensi ostinati, di
disagi diffusi, di ripicche trasversali.
Un po´ più di cautela, nel maneggiare un risultato elettorale obiettivamente
complesso, non avrebbe guastato. Un po´ più di perizia, nell´affrontare i
prossimi passaggi politico-istituzionali oggettivamente delicati, non guasterà.
In primo luogo, la stessa elezione di Marini a Palazzo Madama. Se la coalizione
non serra i ranghi, rischia seriamente il suicidio. In secondo luogo, la squadra
di governo, se mai sarà possibile formarne uno. Mettere a posto le caselle,
accontentando undici partiti rinvigoriti dalla dose letale di proporzionalismo
iniettata nel sistema con la porcata calderoliana, è un´opera defatigante, e per
certi versi deprimente. Ma nelle prossime ore Prodi non può e non deve sbagliare
una mossa. E soprattutto deve fare in fretta. Un ingresso diretto nell´esecutivo,
da parte dei leader dell´alleanza, sarebbe sicuramente un segnale di forza.
Trasmetterebbe anche un senso di fiducia autentica e condivisa, rispetto
all´avventura che sta per cominciare, se questi stessi leader, nell´assumere
vicepresidenze o ministeri di peso, si disimpegnassero dai rispettivi partiti. E
ne affidassero la gestione (almeno nel caso di Ds e Margherita) a uno o due
credibili mallevadori, cui affidare il compito di far nascere, finalmente in
pochi mesi, il mai tanto evocato "partito democratico". In terzo luogo,
l´elezione del nuovo presidente della Repubblica. A questo punto, e a maggior
ragione dopo il risultato di ieri, il Quirinale è uno snodo fondamentale per gli
equilibri dell´intera legislatura. Se Prodi è convinto che la soluzione migliore
sia la riconferma di Ciampi, vada a offrirgli ufficialmente il reincarico,
insieme a Berlusconi che ha dichiarato (almeno in pubblico) di gradire l´ipotesi.
In caso contrario, ha due strade. La prima è più larga: rediga una rosa di nomi,
con spirito bipartisan, e la proponga al centrodestra per ritentare il fortunato
«metodo Ciampi» del ´99. La seconda è più stretta: avanzi una candidatura seria,
anche di parte ma concertata a fondo insieme agli alleati, e la imponga a
maggioranza alle Camere riunite in seduta comune.
Non c´è più spazio per altri pasticci. Il centrosinistra, se Marini riuscirà ad
imporsi, ha il diritto e il dovere di governare. Qualunque sia l´orizzonte che
ha davanti. Qualunque esitazione, qualunque cedimento, non è un pericolo solo
per il futuro del Professore, ma per il futuro dell´intero Paese. Oggi più che
mai siamo sospesi tra nuove tensioni bipolari e vecchie tentazioni consociative.
Il nostro sistema politico, come diceva Bobbio, incuba ancora la sindrome del
«centrismo perpetuo». Ma a dispetto delle apparenze, come sosteneva lo stesso
Bobbio, l´ipotesi di un accordo di governo tra maggioranza e opposizione «è
impensabile in una democrazia occidentale». La grosse koalition tedesca è nata
storicamente da un accordo sottoscritto in condizioni di emergenza per la
Germania di allora. Sta a Prodi dimostrare con i fatti che nell´Italia di oggi
l´emergenza non c´è. E che la lunga notte della Repubblica, sia pure per pochi
millesimi, può finire lo stesso.