Rep 30/10/07

LE IDEE

Il pellegrinaggio del governatore, la rassegna di Buñuel

La via lattea del consenso tra politica e religione

 

Marcello Benfante

 

Quando il Presidente Cuffaro, l´estate scorsa, si recò in pellegrinaggio a Santiago de Compostela, fui sorpreso da un vago senso di fastidio e di malumore. Lo confesso con sincera contrizione, ancorché laica e un po´ ironica. Dove vadano e cosa facciano le persone (e perfino le «personalità» pubbliche) nella loro vita privata non dovrebbe mai riguardarci.

E tanto meno dovremmo invadere la sfera religiosa, che si suppone attenga all´anima, cioè alla più remota e sacra intimità. Non era quindi l´aspetto mistico della trasferta cuffariana a causarmi quel moto involontario di insofferenza. Né il sospetto che dietro la pietas potesse far capolino la propaganda o il tartufismo. Niente di tutto questo, bensì l´invasione del territorio, anch´esso a suo modo sacro, del cinema di Luis Buñuel. Che stridore, infatti, immaginare Cuffaro, col suo piglio rustico e la sua indelebile naïvéte provinciale, lungo la meravigliosa e fascinosa "Via lattea"! Da vecchio aficionado del grande regista surrealista non potevo reprimere in me un disagio per questa sconcertante commistione. Ma spesso i disguidi della vita, proprio come i refusi tipografici, sono rivelatori di imponderabili coincidenze.

Accade infatti che il centro culturale spagnolo di Palermo, l´Instituto Cervantes di via Argenteria Nuova, dedichi (ispirato da Cuffaro?) in questo autunno un po´ strambo una breve rassegna proprio a Buñuel. Tra i quattro formidabili titoli proposti (Viridiana, El àngel exterminador, Simòn del desierto, Tristana) non c´è purtroppo La voie lactée (forse perché è una produzione francese, mentre i primi tre sono messicani e il quarto è una coproduzione franco-italo-spagnola). Ma il collegamento con il pellegrinaggio di Cuffaro è lo stesso immediato. Una folgorazione. Che in genere - appunto - viene per strada.

Nel suo stile sibillino, il caso ha voluto senz´altro darci un suggerimento. Ma quale? Le congetture possono essere varie. Sulla rotta per il sepolcro di san Giacomo, il nostro sanciopanzesco governatore cercava la Grazia o s´interrogava sulla Predestinazione? S´interrogava sul mistero mariano (che tanto lo affascina) o sul libero arbitrio? Solo il "testo" può soccorrerci, restituendo una risposta (ancorché a sua volta problematica e relativa) ai nostri rovelli.

Nel film di Buñuel i due mendicanti, l´uno vecchio e l´altro giovane, che intraprendono la "via lattea", cioè il percorso da Parigi a Santiago de Campostela che secondo una leggenda fu indicato da una cometa, incontrano per strada uno strano e austero personaggio (interpretato da Alan Cuny) che fa loro l´elemosina (dando a chi più ha e rifiutando invece l´obolo a chi ha meno, secondo il paradosso evangelico).

Il misterioso individuo, che di lì a poco darà luogo a una non meno enigmatica trinità facendo scaturire come un prestigiatore una bianca colomba che spicca il volo e un nano che sguscia da sotto il suo tabarro come un monello, enuncia ai viandanti due strane profezie: giunti alla meta incontreranno una prostituta da cui avranno due figli e li chiameranno "Tu non si il mio popolo" e "Non più misericordia".

Vaticini inquietanti non solo per Jean e Pierre, i due vagabondi del film, ma anche per il nostro Salvatore, se la supposizione è lecita. Annunciano infatti una perdita di rappresentanza e un venire meno della clemenza. Che alludano, nella nostra malevola e tendenziosa chiave di lettura, a problemi elettorali o giudiziari, il risultato è sempre una crisi difficile da affrontare. Una crisi che potremmo definire di legittimazione. E a volere proprio peccare di maldicenza e di cattivi pensieri, c´è pure la questione del meretricio a gettare un´ambigua ombra sull´intera faccenda. Che alluda - mutatis mutandis - a quanto di mercenario e di sconcio caratterizza tanta parte della politica isolana?

Nel capolavoro di Buñuel il viaggio devoto si mescola in un tourbillon anacronistico e visionario a finalità profane (fare un po´ di quattrini), alle deviazioni ereticali di sette vagamente hippy, al delirio di mentecatti fuggiti dal manicomio o in procinto d´entrarvi e perfino alla cattiva filosofia del Marchese de Sade, culminando infine in uno sconcertante qui pro quo: la tomba del santo si rivela usurpata dalle spoglie dello scomunicato vescovo Priscilliano, teologo dell´ascesi erotica, dell´orgiastica partecipazione al volere divino.

Su quali reliquie avrà dunque pregato il pio Cuffaro? Quelle dell´apostolo figlio di Zebedeo e fratello di Giovanni evangelista, soprannominato da Gesù "figlio del tuono", che secondo la Legenda aurea convertì la Spagna e, morto martire a Gerusalemme, fu sepepelito in Galizia dai suoi discepoli? O quelle del libidinoso vescovo di Avila, mago, versato nella divinazione, gnostico e manicheo, forse vegetariano, certamente sostenitore di un destino scritto nelle costellazioni? Mescolando cronaca e immaginario filmico, ieraticità e trasgressione, non poteva che venirne fuori un gran pasticcio. Ma non è forse anche questo incrocio di malintesi un indizio di una torbida confusione tra religione e politica, tra affari di Stato e ragioni dell´anima? E cioè, non è questo il vero pasticcio?

Cuffaro aveva ragione a lagnarsi dell´invadenza giornalistica nella sua privacy e nell´intimità del suo credo, ma troppo spesso ha miscelato fede e interessi di parte per distillare la miscela del suo consenso, tanto che oggi è difficile dargli credito sia su un fronte che sull´altro. E perciò, come personaggio buñueliano, ci sembrerebbe meglio inserito nel piccolo plotone del terzo stato che ne "Il fascino discreto della borghesia" marcia caparbio verso la propria dissoluzione.