Repubblica 23/10/2007

Buonsenso, Ministro

Lucia Annunziata

Persino Clemente Mastella, un uomo che ha fatto della tattica estremista una strategia permanente, dovrebbe rendersi conto che minacciare di continuo l’uso della bomba atomica alla fine svuota persino il timore dell’esplosione nucleare. Per il caso De Magistris ci ha di nuovo messo davanti al rischio della crisi di governo (la bomba nucleare delle trattative politiche), ma, sinceramente, signor ministro, quanto può, lei per primo, affrontare una crisi di scioglimento del governo, e, viceversa, quanto ancora può il sistema politico accettare di dover convivere con tali minacce?

Il dubbio va contro le convinzioni che dominano in questo momento dentro l’establishment politico del Paese, tutto avviluppato nell’idea che il governo è debolissimo e dunque ricattabilissimo. Un’idea che certamente anche il ministro condivide, dal momento che fa ampio ricorso alla minaccia di crisi come arma di distruzione di massa. Ma la verità (che un politico abile come Mastella conosce bene) è che il buonsenso rimane il cardine della vita pubblica, e che proprio questo buonsenso (senza nemmeno scomodare alti principi) consiglierebbe in verità tutt’altra uscita dal cul de sac dove la vicenda De Magistris è finita.

Il buonsenso dei numeri intanto. Cifre alla mano, il tesoretto elettorale mastelliano è dell’1,4 per cento, tradotto in 534.553 voti alla Camera e 476.938 al Senato. Per capirne il peso è forse utile dire che 500 mila sono i consensi raccoltisi intorno alla Bindi (candidata senza partito nelle primarie) e tre milioni e mezzo hanno di recente votato per il Partito democratico.

Il richiamo è utile, non tanto per sminuire l’importanza dei voti, ma per sottolineare il movimento in corso: quando il panorama elettorale comincia a muoversi in Italia, la migrazione di consensi, il cambio di umori e di animi si fa di solito possente. Sarebbe lei sicuro, ministro Mastella, di poter indissolubilmente contare su questi 500 mila consensi, anche oggi, anche dopo le primarie, anche dopo le critiche pubbliche alla politica, e, domani, dopo la fine eventuale del governo Prodi? Specie se è una crisi accesa da lei? È sicuro che, per quanto localizzati, controllati, concentrati e sicuri siano, questi voti possano superare bene la tempesta dentro cui vivono da anni: fra centro destra, centro sinistra, dentro e fuori le coalizioni, e per andare dove ora, sempre in punta di piedi, o, meglio, sempre in punta di seggiola? Non avrà questo suo elettorato da qualche parte un moto d’insicurezza, o di fastidio, o di stanchezza tale da portarlo prima o poi a dire basta?

Un dubbio che pare essere totalmente assente dai dirigenti dell’Udeur, se si guarda alla sicurezza che sempre sfoggiano; eppure un elemento di ansia da qualche parte devono coltivarlo, se è vero che, alla fine, la porta in faccia al governo non l’hanno mai sbattuta. Al punto che, circa dieci minacce dopo, l’ultima, quella di queste ore di non votare la Finanziaria, somiglia tremendamente a un bluff.

Siamo seri, dunque, e accantoniamo per un attimo, signor ministro, questo discorso della crisi di governo, per provare a cercare una soluzione migliore: cioè più praticabile e più dignitosa. E in politica, di decisioni che rispondano a questi due aggettivi ce n’è una sola: dimissioni. Non per andare via, magari, e di sicuro non per ammettere una colpa, ma per sottolineare con un gesto una serie di principi. Intanto, il più importante di tutti: che se un giudice sbaglia, anche il suo ministro ne rimane monco; che la giustizia è un meccanismo di equilibri, in cui se i principi sono uguali per tutti, toccatone uno, nulla può rimanere esattamente come prima.

Molti, in questo complicato periodo della vita politica di Mastella, gli hanno mostrato solidarietà; persino Grillo ha rifiutato di passare il confine fra dibattito doveroso e persecuzione. Nessuno insomma, dentro la élite politica di cui fa parte, ha mostrato di voler approfittare della sua debolezza. Almeno fino a questo punto. Ma l’avocazione di un’inchiesta in cui il ministro è coinvolto ha cambiato il clima dentro lo stesso governo. Ieri, infatti, quella che fino a poche ore prima poteva ancora essere relegata a una querelle interna alla magistratura, è diventata una questione nazionale, dopo l’intervento che vi ha dedicato il Capo dello Stato, nel suo doppio ruolo anche di capo del Csm. Un richiamo alle regole che è suonato come un avvertimento a trovare una rotta di uscita. In questo passaggio di rilevanza, dalla polemica alla delegittimazione di un giudice, è cambiata anche la Sua collocazione, ministro, agli occhi della pubblica opinione.

Lei si trova, così, nella posizione perfetta per poter dimostrare con un solo gesto che la giustizia di questo Paese ha raggiunto un equilibrio superiore; che lei come ministro ha saputo fare quello che il suo predecessore non è riuscito a fare: discutere delle responsabilità dei giudici, ma anche del suo ministero. Tornando semplice cittadino, lei potrebbe in una sola, semplice, mossa recuperare la sfiducia che molti hanno oggi nella giustizia di questo Paese; nonché i dubbi che molti nutrono nei suoi confronti.

Non sarebbe un’ammissione di sconfitta. Lei perderebbe i galloni di ministro, è vero. Ma guadagnerebbe in cambio l’autorevolezza di un leader.